Giacomo Oberto

 

IL FUTURO EUROPEO DEL DIRITTO PATRIMONIALE DELLA FAMIGLIA

(Conferenza in lingua italiana)

PRENUPTIAL AGREEMENTS IN CONTEMPLATION OF DIVORCE

(Presentation in English)

EHEVERTRÄGE ANLÄSSLICH DER SCHEIDUNG

NACH DEUTSCHEM RECHT

(Bericht auf Deutsch)

 

(Traccia ipertestuale per una triplice relazione multilingue)

 

Sommario/Table of Contents/Inhaltsübersicht: 1. Esiste (o esisterà mai) un diritto europeo della famiglia? – 2. Il rilievo «extracomunitario» ed «ecumenico» delle disposizioni del Regolamento n. 2201 del 2003 (in particolare in tema di determinazione della competenza giurisdizionale). – 3. Il futuro europeo del regime dei rapporti patrimoniali endofamiliari. – 4. L’accordo franco-tedesco del 2010 sul regime patrimoniale uniforme. – 5. Prenuptial Agreements in Contemplation of Divorce: an Historical Overview. – 6. Prenuptial Agreements in Contemplation of Divorce in the U.S.A. – 7. Prenuptial Agreements in Contemplation of Divorce in the United Kingdom. – 8. Prenuptial Agreements in Contemplation of Divorce in Continental Europe. – 9. Eheverträge anlässlich der Scheidung nach deutschem Recht: Die Rechtssprechung vor 2001. – 10. Eheverträge anlässlich der Scheidung nach deutschem Recht: Die notarielle Praxis. – 11. Eheverträge anlässlich der Scheidung nach deutschem Recht: Die Rechtssprechung nach 2001.

 

1. Esiste (o esisterà mai) un diritto europeo della famiglia?

 

·       Se si intende un codice di famiglia europeo, probabilmente no.

Come ho spiegato in un mio studio sull’argomento (cfr. Oberto, La comunione coniugale nei suoi profili di diritto comparato, internazionale ed europeo, in Il diritto di famiglia e delle persone, 2008, pag. 367-400 e in La Voce del Foro, 1-2/2010, pag. 7-42 [Versione .pdf disponibile online alla pagina web seguente: http://www.giacomooberto.com/download/oberto_comunione_dir_compar_internazi.pdf]):

 

 

 

·       Certo non si può pensare ad un «codice europeo della famiglia», così come lo intendiamo oggi, alla luce del trattato istitutivo dell’UE (titolo V: spazio di libertà, sicurezza e giustizia)

·       V. artt. 67 e 81 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (dopo Lisbona).

 

TITOLO V

SPAZIO DI LIBERTÀ, SICUREZZA E GIUSTIZIA

CAPO 1

DISPOSIZIONI GENERALI

Articolo 67

(ex articolo 61 del TCE ed ex articolo 29 del TUE)

1. L’Unione realizza uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia nel rispetto dei diritti fondamentali nonché dei diversi ordinamenti giuridici e delle diverse tradizioni giuridiche degli Stati membri.

2. Essa garantisce che non vi siano controlli sulle persone alle frontiere interne e sviluppa una politica comune in materia di asilo, immigrazione e controllo delle frontiere esterne, fondata sulla solidarietà tra Stati membri ed equa nei confronti dei cittadini dei paesi terzi. Ai fini del presente titolo gli apolidi sono equiparati ai cittadini dei paesi terzi.

3. L’Unione si adopera per garantire un livello elevato di sicurezza attraverso misure di prevenzione e di lotta contro la criminalità, il razzismo e la xenofobia, attraverso misure di coordinamento e cooperazione tra forze di polizia e autorità giudiziarie e altre autorità competenti, nonché tramite il riconoscimento reciproco delle decisioni giudiziarie penali e, se necessario, il ravvicinamento delle legislazioni penali. 4. L’Unione facilita l’accesso alla giustizia, in particolare attraverso il principio di riconoscimento reciproco delle decisioni giudiziarie ed extragiudiziali in materia civile.

 

(…)

 

CAPO 3

COOPERAZIONE GIUDIZIARIA IN MATERIA CIVILE

Articolo 81

(ex articolo 65 del TCE)

1. L’Unione sviluppa una cooperazione giudiziaria nelle materie civili con implicazioni transnazionali, fondata sul principio di riconoscimento reciproco delle decisioni giudiziarie ed extragiudiziali. Tale cooperazione può includere l’adozione di misure intese a ravvicinare le disposizioni legislative e regolamentari degli Stati membri.

2. Ai fini del paragrafo 1, il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria, adottano, in particolare se necessario al buon funzionamento del mercato interno, misure volte a garantire:

a) il riconoscimento reciproco tra gli Stati membri delle decisioni giudiziarie ed extragiudiziali e la loro esecuzione;

b) la notificazione e la comunicazione transnazionali degli atti giudiziari ed extragiudiziali;

c) la compatibilità delle regole applicabili negli Stati membri ai conflitti di leggi e di giurisdizione;

d) la cooperazione nell’assunzione dei mezzi di prova;

e) un accesso effettivo alla giustizia;

f) l’eliminazione degli ostacoli al corretto svolgimento dei procedimenti civili, se necessario promuovendo la compatibilità delle norme di procedura civile applicabili negli Stati membri;

g) lo sviluppo di metodi alternativi per la risoluzione delle controversie;

h) un sostegno alla formazione dei magistrati e degli operatori giudiziari.

3. In deroga al paragrafo 2, le misure relative al diritto di famiglia aventi implicazioni transnazionali sono stabilite dal Consiglio, che delibera secondo una procedura legislativa speciale. Il Consiglio delibera all’unanimità previa consultazione del Parlamento europeo. Il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare una decisione che determina gli aspetti del diritto di famiglia aventi implicazioni transnazionali e che potrebbero formare oggetto di atti adottati secondo la procedura legislativa ordinaria. Il Consiglio delibera all’unanimità previa consultazione del Parlamento europeo. I parlamenti nazionali sono informati della proposta di cui al secondo comma. Se un parlamento nazionale comunica la sua opposizione entro sei mesi dalla data di tale informazione, la decisione non è adottata. In mancanza di opposizione, il Consiglio può adottare la decisione.

 

·       Quali sono i settori in cui si può parlare oggi di diritto europeo della famiglia?

·       Tutto nasce dall’idea della cooperazione giudiziaria in materia civile, nelle cause transfrontaliere: evitare che più giudici decidano la stessa questione, con evidente conflitti di giudicati.

·       Da ciò nasce quella che ho chiamato l’ «ottica di Bruxelles», vale a dire l’ottica diretta a disciplinare le sole questioni processuali dell’individuazione del giudice competente, del riconoscimento e dell’esecuzione (libera circolazione) delle decisioni, alla questione del diritto applicabile.

·       A quest’ottica, sempre nella prospettiva dell’ avvicinamento (approximation, rapprochement, Annäherung), s’affianca però quella che ho chiamato «ottica di Roma», cioè l’individuazione di regole di d.i.p. uniformi,

·       Fa poi capolino (quale effetto delle due precedenti) un terzo tipo di ottica, oggi esclusa dai Trattati, ma che prima o poi finirà con l’affermarsi, che è l’ottica del diritto materiale uniforme, sulla scia dell’accordo bilaterale franco-tedesco (su cui v. infra).

·       Il tutto nel quadro di un processo di universalizzazione o, se si preferisce, di ecumenizzazione del diritto comunitario, di cui vien detto nel § immediatamente seguente.

 

 

2. Il rilievo «extracomunitario» ed «ecumenico» delle disposizioni del Regolamento n. 2201 del 2003 (in particolare in tema di determinazione della competenza giurisdizionale).

 

Articolo di Roberta Clerici sulla rivista Aiaf

 

 

Sentenza della Corte giustizia CEE 29 novembre 2007 (Sundelind c. Lopez):

22 Certamente, tale disposizione, che prevede che un convenuto che ha la residenza abituale in uno Stato membro o che è cittadino di uno Stato membro può essere citato dinanzi ai giudici di un altro Stato membro, tenuto conto del carattere esclusivo delle competenze definite agli artt. 3‑5 del regolamento n. 2201/2003, solo in base a tali disposizioni – e, di conseguenza, ad esclusione delle norme di competenza fissate dal diritto nazionale – non vieta, al contrario, che un convenuto che non ha né la sua residenza abituale in uno Stato membro né la cittadinanza di uno Stato membro possa, a sua volta, essere citato dinanzi ad un giudice di uno Stato membro in base alle norme di competenza previste dal diritto nazionale di tale Stato.

 

Trib. Belluno su coniugi indiani.

TRIBUNALE DI BELLUNO, 6 marzo 2009, n. 106, in Fam. dir., 2010, p. 179

 

Nel caso di domanda di divorzio proposta da coniugi che non sono cittadini italiani e che hanno contratto

matrimonio nel paese d’origine (nella specie, in India) va affermata la giurisdizione del giudice italiano, in forza

del Regolamento CE n. 2201/2003 in materia matrimoniale che trova applicazione a prescindere dalla cittadinanza

europea delle parti ed indipendentemente dalle norme sulla giurisdizione previste dal diritto nazionale.

Nella fattispecie, la giurisdizione italiana (di carattere esclusivo, ai sensi dell’art. 6 del Regolamento) va affermata

a norma dell’art. 3, 1 comma, lett. a), del citato Regolamento, il quale fissa il criterio generale della residenza,

e in particolare, nella specifica ipotesi di domanda congiunta, il criterio della “residenza abituale di uno

dei coniugi” che sussiste nel caso in esame poiché entrambe le parti risiedono nel territorio italiano.

 

A norma dell’art. 31, comma 1, l. n. 218 del 1995, lo scioglimento del matrimonio è regolato dalla legge nazionale

comune dei coniugi al momento della domanda e non osta all’accoglimento della domanda l’assenza di

una precedente sentenza di separazione, in quanto la norma straniera che non prevede tale requisito ai fini del

divorzio non è contraria all’ordine pubblico italiano.

 

Trib. Belluno su coniugi ucraini.

TRIBUNALE DI BELLUNO, 5 novembre 2010, in Banca Dati Giurisprudenza di merito De Agostini – Leggi d’Italia.

 

I coniugi, entrambi cittadini ucraini, hanno contratto matrimonio in Ucraina.

Con ricorso la moglie, residente a Belluno, ha proposto domanda di separazione giudiziale nei confronti del marito, anch’egli residente a Belluno.

Sebbene la domanda di separazione riguardi due coniugi che non sono cittadini italiani e che hanno contratto matrimonio nel paese d’origine, il Trib. di Belluno afferma la giurisdizione del giudice italiano in forza del Regolamento CE del Consiglio n. 2201/2003, che trova applicazione a prescindere dalla cittadinanza europea delle parti ed indipendentemente dalle norme sulla giurisdizione previste dal diritto nazionale (come l’art. 32 della legge 31.5.1995 n. 218), le quali restano applicabili soltanto in via residuale, ai sensi dell’art. 7 del Regolamento, qualora nessun giudice di uno Stato membro sia competente in base agli artt. 3-5 del Regolamento (cfr. Corte giustizia CE, sez. III, 29.11.2007 n. 68, nel procedimento C-68/07, Sundelind Lopez V. Lopez Lizazo, ove è precisato che il Reg. CE n. 2201/2003 "si applica anche ai cittadini di Stati terzi che hanno vincoli sufficientemente forti con il territorio di uno degli Stati membri", in conformità dei criteri di competenza previsti dallo stesso Regolamento, che si fondano sul principio della necessità di un reale nesso di collegamento tra l’interessato e lo Stato membro che esercita la competenza).

Nella fattispecie, la giurisdizione italiana (di carattere esclusivo, ai sensi dell’art. 6 del Regolamento) va affermata a norma dell’art. 3, 1° comma, lett. a), del citato Regolamento CE n. 2201/2003, il quale fissa il criterio generale della residenza, ed in particolare, tra le varie ipotesi, individua la competenza dell’autorità giurisdizionale dello Stato membro nel cui territorio si trova "la residenza abituale dell’attore se questi vi ha risieduto almeno per un anno immediatamente prima della domanda".

Tale criterio opera nel caso in esame poiché l’attrice risiede dal 14.2.2005 a Belluno (V. certificato di residenza rilasciato in data 8.2.2007 dal Comune di Belluno, doc. 2 dell’attrice), ove ha inizialmente abitato anche con il figlio V., fino a quando questi non è stato accolto dal padre a vivere con lui a Belluno, mentre il figlio più piccolo R., sofferente di grave malattia, è stato affidato all’Opera della Provvidenza di S.A.P.; l’attrice ha inoltre affermato di svolgere attività lavorativa a Belluno (V. pg. 2 del ricorso introduttivo). Tenuto conto della nozione autonoma di "residenza abituale" nell’ambito del diritto comunitario, deve pertanto ritenersi, sulla base di una valutazione di natura sostanziale, che l’attrice abbia effettivamente fissato, con carattere di stabilità, il centro stabile e permanente dei propri interessi e relazioni a Belluno, quale luogo del concreto e continuativo svolgimento della vita personale e lavorativa, da più di un anno alla data di proposizione della domanda (V. Cass. sez. un. 17.2.2010 n. 3680).

Va dunque affermata la giurisdizione del giudice italiano in ordine alla domanda di separazione giudiziale proposta dall’attrice.

 

·       Ci chiediamo se questa ratio decidendi (questa «valenza ecumenica» riconosciuta ai criteri del regolamento Bruxelles II bis sulla determinazione del giudice dotato di competenza giurisdizionale) sia estensibile (e la risposta ritengo debba essere positiva) anche ad altri casi, ad es.:

§       al Regolamento n. 1259/2010 («Roma III»), il quale contiene del resto un art. 4 del seguente tenore:

Articolo 4

Carattere universale

 

La legge designata dal presente regolamento si applica anche ove non sia quella di uno Stato membro partecipante.

 

§       oppure

§       al Regolamento n. 4 del 2009 sulle prestazioni alimentari, anch’esso incentrato sul concetto di residenza abituale:

Articolo 3

Disposizioni generali

 

Sono competenti a pronunciarsi in materia di obbligazioni alimentari

negli Stati membri:

a) l’autorità giurisdizionale del luogo in cui il convenuto risiede

abitualmente; o

b) l’autorità giurisdizionale del luogo in cui il creditore risiede

abitualmente; o

c) l’autorità giurisdizionale competente secondo la legge del

foro a conoscere di un’azione relativa allo stato delle persone

qualora la domanda relativa a un’obbligazione alimentare sia

accessoria a detta azione, salvo che tale competenza sia fondata

unicamente sulla cittadinanza di una delle parti; o

d) l’autorità giurisdizionale competente secondo la legge del

foro a conoscere di un’azione relativa alla responsabilità genitoriale

qualora la domanda relativa a un’obbligazione alimentare

sia accessoria a detta azione, salvo che tale competenza

sia fondata unicamente sulla cittadinanza di una delle parti.

 

·       Con riguardo a questo problema dell’ «universalità» dei Regolamenti dell’UE in punto statuizioni relative alla competenza giurisdizionale potrà segnalarsi anche la proposta di Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, mirante ad una «rifusione» del regolamento (CE) n. 44/2001 del Consiglio, del 22 dicembre 2001, COM/2010/748 (c.d. Regolamento «Bruxelles I»);

§       La proposta è disponibile al sito web seguente: http://www.parlamento.it/web/docuorc2004.nsf/a4f26d6d511195f0c12576900058cac9/5dd102ff4c931152c12578010061407a/$FILE/COM2010_0748_IT_2.pdf.

§       La proposta parte tra l’altro dal rilievo per cui nelle controversie con convenuti di paesi terzi l’accesso alla giustizia nell’UE è nel complesso insoddisfacente. Fermo restando che la competenza spetta al giudice dello Stato membro in cui è domiciliato il convenuto, indipendentemente dalla cittadinanza di quest’ultimo, rimane il fatto che, nel sistema attualmente vigente, fatte salve alcune deroghe, il Regolamento Bruxelles I si applica solo quando il convenuto è domiciliato nel territorio dell’UE. Negli altri casi la competenza è disciplinata dal diritto nazionale. La diversità delle legislazioni nazionali comporta un accesso ineguale alla giustizia per le imprese dell’UE che operano con partner di paesi terzi: alcune possono facilmente stare in giudizio nell’UE, altre no, anche quando non c’è un altro foro competente che garantisca il diritto a un giudice imparziale. Per giunta, se il diritto nazionale non concede l’accesso alla giustizia nelle controversie con controparti di paesi terzi, non è garantita l’applicazione delle disposizioni imperative del diritto dell’Unione che tutelano, ad esempio, i consumatori, i lavoratori dipendenti o gli agenti commerciali.

§       Da tale constatazione nasce quindi il suggerimento di estendere alle controversie con convenuti di paesi terzi le norme del regolamento «Bruxelles I» sulla competenza, incluse quelle che disciplinano i casi in cui la stessa questione è pendente dinanzi a un giudice dell’UE e a un giudice di un paese terzo.

§       La modifica consentirà in generale alle imprese e ai cittadini di citare in giudizio nell’UE soggetti di paesi terzi, in quanto in tali casi sarà applicabile la norma speciale sulla competenza che, ad esempio, stabilisce la competenza del giudice dello Stato in cui deve essere eseguito il contratto (art. 5, par. 1). Più specificatamente, grazie alla modifica, le norme sulla competenza che tutelano i consumatori (cfr. sez. 4, artt. da 15 a 17), i lavoratori dipendenti (cfr. 5, artt. da 18 a 21) e gli assicurati (cfr. sez. 3, artt. da 8 a 14) saranno applicabili anche quando il convenuto è domiciliato al di fuori dell’UE. La proposta intende anche rafforzare la tutela dei consumatori nelle controversie in cui il convenuto ha sede in un Paese terzo. Pertanto, nei rapporti tra consumatori stabiliti nell’UE e imprese stabilite in Paesi terzi sarà sempre competente il giudice del luogo in cui il consumatore ha il domicilio, anche quando il convenuto ha sede in un Paese terzo.

 

·       Vi è da notare poi che il carattere universale dei regolamenti in oggetto non è tale con riguardo ad ogni aspetto di essi. In effetti tale universalità va riconosciuta solo con riguardo ai casi in cui tale requisito sia concretamente desumibile dal modo in cui è formulata la norma.

§       Così i sopra citati esempi di richiamo alla residenza abituale, anziché alla nazionalità, non paiono lasciare dubbi. Vi sono però altre ipotesi in cui il riferimento non può essere se non ad una situazione «europea». Si potrà riportare ancora una volta il precedente del Trib. Belluno 5 novembre 2010. Qui il marito, resistente, aveva opposto che la domanda di separazione della moglie era inammissibile perché un tribunale ucraino aveva già pronunziato il divorzio inter partes. Ora, il tribunale ritiene non applicabile l’art. 21 del Regolamento Bruxelles II bis sul riconoscimento automatico delle sentenze straniere di divorzio, perché tale riconoscimento è accordato solo ed espressamente alle sentenze di uno «Stato membro». Ne discende quindi la necessità di applicare le norme di d.i.p. italiano. Peraltro anche in base a tali disposizioni la sentenza ucraina di divorzio va riconosciuta e pertanto la domanda di separazione personale della moglie va dichiarata inammissibile.

§       Trib. Belluno su coniugi ucraini.

TRIBUNALE DI BELLUNO, 5 novembre 2010, in Banca Dati Giurisprudenza di merito De Agostini – Leggi d’Italia.

 

Il marito ha eccepito preliminarmente che il matrimonio è già stato sciolto in data 30.1.2007 dalla Corte Provinciale di Lviv, con sentenza che è stata confermata dalla Corte d’Appello di Lviv in data 16.4.2007 (V. doc. 2-3 prodotti dal convenuto nel testo originale ucraino, con relativa traduzione giurata), tanto che in data 1.5.2008 egli ha contratto nuovo matrimonio in Ucraina (V. certificato di matrimonio, doc. 7 del convenuto) con la donna con cui attualmente coabita a Belluno (V. dichiarazione presentata in data 10.5.2008 all’ufficiale dell’anagrafe di Belluno, doc. 8 del convenuto).

Il convenuto ha quindi chiesto che la domanda di separazione proposta dall’attrice sia dichiarata inammissibile, per essere già intervenuta una pronuncia di scioglimento del matrimonio.

L’attrice ha tuttavia affermato la contrarietà all’ordine pubblico della sentenza di divorzio, ai sensi dell’art. 16 della legge 31.5.1995 n. 218, per mancanza di statuizioni sull’affidamento dei figli e sull’assegno di mantenimento in favore dei figli e della stessa attrice.

Va innanzitutto rilevato che la sentenza di scioglimento del matrimonio pronunciata dall’autorità giudiziaria ucraina non può formare oggetto del riconoscimento automatico previsto dall’art. 21, 1° comma, del Regolamento CE n. 2201/2003, dato che tale disposizione si applica soltanto alle "decisioni pronunciate da uno Stato membro" dell’Unione Europea, ma non a quelle di Stati terzi. In sostanza, il Regolamento CE n. 2201/2003 - la cui disciplina della giurisdizione prescinde dalla cittadinanza europea delle parti (art. 3) - non trova invece applicazione, nel caso in esame, per quanto riguarda il riconoscimento della sentenza di divorzio, perché a tal fine presuppone che la decisione sia pronunciata da uno Stato membro dell’Unione.

Essendo sorta contestazione, nel corso del processo, in ordine al riconoscimento della sentenza di divorzio pronunciata dalla Corte ucraina, viene allora in considerazione l’art. 67, 3° comma, della legge 31.5.1995 n. 218, che prevede l’accertamento incidentale dei requisiti per la riconoscibilità, con efficacia limitata al presente giudizio in cui il riconoscimento è stato contestato.

Si deve procedere pertanto alla verifica dei presupposti del riconoscimento della pronuncia di divorzio, nella forma semplificata prevista dall’art. 65 della legge 31.5.1995 n. 218, che trova applicazione "ratione materiae" nel caso in esame.

Sul punto è stato precisato che "il nuovo complesso della disciplina del riconoscimento delle sentenze straniere in Italia, così come configurato dalla legge di riforma del sistema italiano di diritto privato italiano n. 218 del 1995, non ha delineato un trattamento esclusivo e differenziato delle controversie in tema di rapporti di famiglia riconducendole obbligatoriamente nell’ambito operativo della disciplina di cui all’art. 65 (e perciò anche dei suoi presupposti), ma ha descritto, con l’art. 64, un meccanismo di riconoscimento di ordine generale (riservato in sé alle sole sentenze), valido per tutti tipi di controversie, ivi comprese perciò anche quelle in tema di rapporti di famiglia e presupponente il concorso di tutta una serie di requisiti descritti nelle lettere da a) a g) di questa ultima disposizione normativa; rispetto ad un tale modello operativo di ordine generale, la legge ha affidato poi all’art. 65 la predisposizione di un meccanismo complementare più agile di riconoscimento - allargato, di per sé e questa volta, alla più generale categoria dei provvedimenti - riservato all’esclusivo ambito delle materie della capacità delle persone, dei rapporti di famiglia o dei diritti della personalità - il quale, nel richiedere il concorso dei soli presupposti della non contrarietà all’ordine pubblico e dell’avvenuto rispetto dei diritti essenziali della difesa, esige tuttavia il requisito aggiuntivo per cui i provvedimenti in questione siano stati assunti dalle autorità dello Stato la cui legge sia quella richiamata dalle norme di conflitto" (V. Cass. 28.5.2004 n. 10378).

Ciò premesso, il riconoscimento è innanzitutto subordinato all’accertamento che la sentenza sia stata pronunciata "dalle autorità dello Stato la cui legge è richiamata dalle norme" della legge 31.5.1995 n. 218: nella specie, si deve fare riferimento al criterio di collegamento previsto dall’art. 31, 1° comma, della legge 31.5.1995 n. 218, il quale dispone che lo scioglimento del matrimonio "è regolato dalla legge nazionale comune dei coniugi al momento della domanda", per cui la sentenza in esame, pronunciata dall’autorità giurisdizionale dello Stato dell’Ucraina, del quale entrambi i coniugi sono cittadini, soddisfa il primo requisito.

L’art. 65 richiede inoltre che gli effetti della sentenza "non siano contrari all’ordine pubblico" e che "siano stati rispettati i diritti essenziali della difesa".

Quanto al primo di questi due requisiti, si deve rilevare che il capo della sentenza con cui è disposto lo scioglimento del matrimonio non presenta alcun profilo di contrarietà all’ordine pubblico: la stessa attrice, nel proporre la domanda di separazione, non ha censurato la pronuncia di divorzio in quanto tale, bensì la mancanza di specifiche statuizioni accessorie sull’affidamento dei figli e sull’assegno di mantenimento in favore dei minori e della ricorrente. La sentenza di divorzio pronunciata dal giudice straniero non può quindi essere considerata in sé contraria all’ordine pubblico per l’omissione di una determinata previsione, vale a dire per il solo fatto di non contenere disposizioni in merito all’affidamento ed ai rapporti economici tra le parti.

A questo proposito si deve altresì sottolineare che, alla luce dei principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità, l’assenza di una precedente sentenza di separazione, in quanto non richiesta dalla legge straniera che regola il rapporto, non preclude il riconoscimento della pronuncia di divorzio in applicazione di tale legge - i cui effetti, anche sotto questo specifico profilo, non possono quindi ritenersi contrari all’ordine pubblico, in riferimento all’art. 16 della legge 31.5.1995 n. 218 - risultando sufficiente il riconoscimento dell’impossibilità della ricostituzione della comunione spirituale e materiale (cfr. Cass. 25.7.2006 n. 16978: "la circostanza che il diritto straniero - nella specie, il diritto di uno Stato degli USA - preveda che il divorzio possa essere pronunciato senza passare attraverso la separazione personale dei coniugi ed il decorso di un periodo di tempo adeguato, tale da consentire ai coniugi medesimi di ritornare sulla loro decisione, non costituisce ostacolo al riconoscimento in Italia della sentenza straniera che abbia fatto applicazione di quel diritto, per quanto concerne il rispetto del principio dell’ordine pubblico, richiesto dall’art. 64, comma 1, lett. g, della legge 31.5.1995 n. 218, essendo a tal fine necessario, ma anche sufficiente, che il divorzio segua all’accertamento dell’irreparabile venir meno della comunione di vita tra i coniugi"; cfr. Cass. 28.5.2004 n. 10378).

Quanto al rispetto dei diritti essenziali della difesa, va rilevato che, come emerge dalle due decisioni delle Corti ucraine (di primo grado e d’appello), la moglie ha effettivamente partecipato al giudizio di divorzio, promosso in Ucraina, nell’ambito del quale avrebbe dunque potuto tempestivamente svolgere le domande che ha invece proposto davanti a questo tribunale.

Poiché risultano soddisfatti tutti i requisiti previsti dall’art. 65 della legge 31.5.1995 n. 218 con riferimento al capo principale della decisione pronunciata dall’autorità giudiziaria dell’Ucraina, riguardante lo scioglimento del matrimonio, tale statuizione deve essere riconosciuta in questa sede, con la conseguenza che la domanda di separazione proposta dall’attrice (che sarebbe comunque soggetta alla legge ucraina, quale legge nazionale comune dei coniugi, a norma dell’art. 31 della legge 31.5.1995 n. 218) è preclusa dall’intervenuto divorzio e va senz’altro dichiarata inammissibile, restando assorbita ogni ulteriore questione ad essa conseguente in merito agli altri capi della decisione (quale la mancata disciplina dell’affidamento e dei rapporti patrimoniali tra le parti), che potranno eventualmente formare oggetto di autonomo procedimento di revisione delle condizioni di divorzio, qualora ne sussistano i presupposti.

In ragione della natura della domanda, riguardante lo status coniugale, e dell’obiettiva peculiarità delle questioni esaminate, appaiono sussistere i presupposti per disporre la compensazione delle spese processuali tra le parti.

 

 

3. Il futuro europeo del regime dei rapporti patrimoniali endofamiliari.

 

Venendo al tema specifico dei rapporti patrimoniali nella famiglia andranno prese in considerazione due recenti proposte della Commissione UE:

 

·      Proposta di un Council Regulation on jurisdiction, applicable law and the recognition and enforcement of decisions in matters of matrimonial property regimes (COM)2011 (126)

·      Proposta di un Council Regulation on jurisdiction, applicable law and the recognition and enforcement of decisions regarding the property consequences of registered partnerships (COM)2011 (127)

 

Per quanto attiene alla prima delle due proposte, fermo restando il rilievo che essa attribuisce alla volontà delle parti nella determinazione (o, addirittura, predeterminazione) della competenza giurisdizionale in relazione alle controversie attinenti al regime patrimoniale delle coppie coniugate transfrontaliere, il criterio della comune residenza abituale emerge come la regola fondamentale di carattere suppletivo sia per la determinazione dell’ufficio giudiziario dotato di competenza giurisdizionale (cfr. art. 5 della Proposta n. 126, in relazione al caso di mancato accordo sulla competenza del tribunale determinato in base a Bruxelles II-bis: cfr. art. 4), sia per la scelta del diritto applicabile (art. 16), sia per la determinazione di quest’ultimo in difetto d’accordo (art. 17), sia, ancora, per possibili mutamenti della scelta del diritto applicabile (art. 18), sia, infine, per la determinazione di possibili elementi formali ulteriori per la validità del contratto di matrimonio (art. 20).

 

Anche la seconda proposta attribuisce in primo luogo rilievo fondamentale alla volontà delle parti nella determinazione (o, addirittura, predeterminazione) della competenza giurisdizionale in relazione alle controversie attinenti al regime patrimoniale delle coppie transfrontaliere legate da rapporto di registered partnership, ma pure in questo caso il criterio della comune residenza abituale emerge come la regola fondamentale di carattere suppletivo per la determinazione dell’ufficio giudiziario dotato di competenza giurisdizionale (cfr. art. 5 della Proposta n. 127, in relazione al caso di mancato accordo sulla competenza del tribunale investito per la causa di scioglimento del vincolo: cfr. art. 4), mentre per la determinazione del diritto applicabile (art. 15) vige la sola regola dell’applicazione della «law of the State in which the partnership was registered».

Per ulteriori informazioni sulle due proposte si fa rinvio alla pagina web seguente:

http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=IP/11/320&format=HTML&aged=0&language=IT&guiLanguage=it.

 

Si tenga presente che le due proposte si collocano sia nell’ottica di Bruxelles, che in quella di Roma. Ma esiste una “terza ottica”: quella del diritto materiale uniforme. Quest’ottica è quella indicata dall’accordo bilaterale franco-tedesco del 2010.

 

Sul punto occorre fare un salto indietro, pensando alla genesi delle due proposte sui regimi patrimoniali, cui ho fatto riferimento sopra.

Esse invero furono precedute da

·       un rapporto di studio, demandato ad un consorzio di università, su cui v. la pagina web seguente:

http://www.pedz.uni-mannheim.de/daten/edz-k/gdj/03/report_regimes_030703_fr.pdf.

 

, seguito da un libro verde, sui cui v. la pagina web seguente:

http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:52006DC0400:IT:NOT.

·       cfr. inoltre:

http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=MEMO/06/288&format=HTML&aged=0&language=FR&guiLanguage=en.

 

Nel passaggio dal rapporto di studio al libro verde si perse un suggerimento molto interessante, proprio sul diritto materiale uniforme:

 

Alcune proposte dello studio predetto venivano infatti anche a toccare il tema dell’armonizzazione del diritto materiale nei vari Stati membri dell’U.E. Sul punto, in particolare, pur riconoscendo che «Il paraît illusoire, dans l’état d’esprit actuel des États membres et au vu des trop profondes divergences de leurs positions vis-à-vis de la notion et du contenu de leur « régime matrimonial secondaire légal », d’espérer parvenir à une entente sur l’adoption d’un régime légal unique et commun à tous les États membres de l’Europe», lo studio avanza l’idea di un vero e proprio regime convenzionale europeo sussidiario (cfr. il paragrafo n. 2.2.2.2., intitolato Un régime conventionnel européen subsidiaire), che le coppie europee potrebbero liberamente scegliere, se lo desiderano, in luogo di quelli legali o convenzionali previsti dai rispettivi ordinamenti.

 

In tal modo, sempre secondo il citato lavoro, «En se limitant à proposer un régime matrimonial européen “ subsidiaire ”, on ne porterait aucunement atteinte à la compétence laissée à chaque État de déterminer de manière spécifique son régime matrimonial légal applicable de plein droit, pour ses nationaux ou sur son territoire, aux époux qui ne concluent pas de contrat de mariage. On franchit toutefois le pas d’une certaine harmonisation, en permettant à deux époux d’adopter eux-mêmes un régime matrimonial qui serait commun à tous les citoyens européens et qui régirait de façon unifiée leurs relations patrimoniales quelle que soit leur nationalité respective et quels que soient les États d’Europe où ils seraient amenés à résider. Sans doute, est-il probable que, dans un premier temps, ce régime matrimonial européen ne présenterait de réel attrait que pour de futurs époux qui auraient de sérieuses raisons de penser qu’ils “ seront mobiles ” à travers l’Europe, en ce sens qu’ils se savent appelés à résider successivement dans différents États membres. Ils résoudraient ainsi préventivement les questions de droit international privé qui pourraient ultérieurement se poser dans leur situation concrète, et ils sauraient que, quel que soit l’État où ils se trouveraient, leur régime matrimonial européen y serait connu et pratiqué».

 

 

4. L’accordo franco-tedesco del 2010 sul regime patrimoniale uniforme.

 

·     Un singolare e rilevante esperimento nel campo dell’armonizzazione dei diritti materiali interni è costituito dall’ accordo bilaterale franco-tedesco che ha dato vita ad un regime patrimoniale uniforme e convenzionale tra coniugi; accordo firmato il 4 febbraio 2010, di cui possono usufruire le coppie francesi, quelle tedesche, nonché quelle miste franco-tedesche. La convenzione descrive un regime convenzionale di partecipazione agli acquisti (participation aux acquêts/Wahl-Zugewinngemeinschaft), modellato su quello conosciuto dal Code Civil agli artt. 1569-1581, come regime convenzionale e dal BGB ai §§ 1363-1390 ss. come regime legale.

·     Il regime prescelto è dunque quello della Zugewinngemeinschaft tedesco, peraltro sottoposto ad alcuni principi tratti dal regime convenzionale francese della participation aux acquêts; in particolare:

·     Il consenso di entrambi i coniugi è necessario per gli atti di disposizione che riguardano determinati beni considerati objets du ménage o comunque idonei ad assicurare il logement de la famille (la casa d’abitazione e i suoi arredi, l’auto di cui si servono i coniugi, ecc.): consenso richiesto dal diritto francese ma non da quello tedesco (article 5);

·     La data di cessazione del regime, in cui vengono valutati i patrimoni rispettivi per determinare la créance de participation coincide con la data della domanda giudiziale introduttiva del divorzio: ciò al fine di evitare possibili manovre fraudolente di un coniuge nei riguardi dell’altro. Si tengano presenti, a tale riguardo, le disposizioni dell’art. 10 del citato accordo, a mente delle quali (ma trattasi di principi già presenti nelle legislazioni francese e germanica, e del tutto assenti, invece, nella nostra comunione de residuo), nel patrimonio finale vanno computati anche beni ceduti a terzi per frodare le ragioni del coniuge, così come quelli oggetto di dissipazione e (a determinate condizioni) di donazione a terzi.

·     L’accordo franco-tedesco resta aperto a tutti gli altri Paesi membri dell’U.E. che intendessero aderirvi. Si tratta quindi di un felice inizio di una vera e propria armonizzazione dei diritti materiali dei Paesi U.E. nel campo dei regimi patrimoniali; un’armonizzazione che si attua nel segno di una valorizzazione di un regime – quello della partecipazione differita agli acquisti – di cui l’accordo franco-tedesco disegna con nettezza e precisione i tratti fondamentali, affrontando temi da noi purtroppo negletti, quali quello (appena ricordato) della tutela delle ragioni del coniuge «debole», così come quello della natura del credito finale di quest’ultimo, che costituisce, per l’appunto, un mero credito di partecipazione ad un plusvalore: un credito, cioè, pecuniario, laddove da noi si discute ancora se i diritti ex communione de residuo siano diritti di credito o veri e propri rapporti reali (contitolarità, cioè, reale differita e non mera compartecipazione agli acquisti: per un approfondimento cfr. Oberto, La comunione legale tra coniugi, I, Milano, 2010, p. 849 ss.).

·     Quanto mai interessanti sono le considerazioni che si possono svolgere sul campo d’applicazione dell’accordo, invocabile, di fatto, non solo da cittadini tedeschi e/o francesi. Ecco i rilievi in proposito ricavabili dal sito seguente:

·     http://www.europepatrimoine.fr/a_actualite.php?id_article=106

Champ d’application

Ce régime matrimonial pourra être choisi par les époux dont le régime matrimonial relève de la loi française ou de la loi allemande.

Les règles de conflit allemandes disposent qu’à défaut de choix des époux, la loi allemande est applicable aux époux :

♦ dont les deux possèdent la nationalité allemande (ou ont possédé la nationalité allemande, à condition que l’un des époux la possède encore),

♦ qui possèdent leur résidence habituelle commune en Allemagne (ou ont possédé leur dernière résidence habituelle commune en Allemagne, à condition que l’un des époux y réside encore),

♦ à défaut, qui possèdent les liens les plus étroits avec l’Allemagne.

Il est en outre permis aux époux de soumettre leur régime matrimonial à la loi allemande si l’un des époux a la nationalité allemande ou si l’un des époux réside habituellement en Allemagne. De même, en cas de possession de biens immobiliers en Allemagne, ces derniers peuvent être régis par la loi allemande.

 

 

Selon les règles de conflit françaises, issues de la Convention de la Haye sur la loi applicable aux régimes matrimoniaux du 14 mars 1978, à défaut de choix des époux, la loi française est en principe applicable aux époux qui ont fixé leur première résidence habituelle commune après le mariage en France.

Les époux peuvent en outre choisir de soumettre leur régime matrimonial à la loi française :

♦ si l’un des époux a la nationalité française,

♦ si l’un des époux réside habituellement en France

♦ ou si l’un des époux établit une nouvelle résidence habituelle après le mariage en France.

Les époux peuvent également faire régir par la loi française les biens immobiliers sis en France qu’ils possèdent.

 

Le champ d’application de l’accord est, on le voit, très étendu. Il suffit que les époux disposent de la nationalité ou de la résidence habituelle ou de biens immobiliers, en lien avec la France ou l’Allemagne.

 

Le rapport explicatif de l’accord énonce que les époux ne sont pas tenus de choisir expressément comme loi applicable à leur régime matrimonial, la loi française ou la loi allemande, il suffit que les règles de conflit désignent l’une de ces lois comme étant celle applicable à leur régime matrimonial.

 

L’auteur conseille néanmoins de désigner également dans leur contrat de mariage, la loi applicable à leur régime matrimonial.

 

 

Per approfondimenti su tutti i temi di questo § 23 faccio rinvio al mio scritto seguente:

·     La comunione coniugale nei suoi profili di diritto comparato, internazionale ed europeo, in Dir. fam. pers., 2008, p. 367 ss., disponibile alla pagina web seguente:

http://giacomooberto.com/download/oberto_comunione_dir_compar_internazi.pdf.

 

 

5. Prenuptial Agreements in Contemplation of Divorce: an Historical Overview.

 

A prenuptial agreement, antenuptial agreement, or premarital agreement, commonly abbreviated to prenup or prenupt, is a contract entered into prior to marriage, civil union or any other agreement prior to the main agreement by the people intending to marry or contract with each other. The content of a prenuptial agreement can vary widely, but commonly includes provisions for division of property and spousal support in the event of divorce or breakup of marriage. They may also include terms for the forfeiture of assets as a result of divorce on the grounds of adultery; further conditions of guardianship may be included as well.

Postnuptial agreements are similar to prenuptial agreements, except that they are entered into after a couple is married.

 

Coming to the history of prenups, I have to point out that the widespread idea, according to which they would be something “new,” something foreign to our legal tradition is not true.

 

Let me cite some examples:

 

Many rules of the Roman Law referred to the right of spouses to provide in their pacta nuptialia (very often called “pacta antenuptialia”) for the restitution of the dowry either to the woman, or to her family. They took into consideration in an explicit way the case in which the marriage would end with a divorce, because in this case the husband had to give back the dowry. Therefore such agreements set forth rules on how, to whom, in what time, etc. the dowry should have been given back in case of divorce.

 

“Cum quaerebatur, an verbum: Soluto matrimonio dotem reddi, non tantum divortium, sed et mortem contineret, hoc est, an de hoc quoque casu contrahentes sentiant? Et multi putabant hoc sensisse; et quibusdam aliis contra videbatur: secundum hoc motus Imperator pronunciavit, id actum eo pacto, ut nullo casu remaneret dos apud maritum.” (D. 50, 16, 240).

 

Also in the following centuries we find evidence of prenuptial agreements aimed at setting patrimonial rules on the assets of the parties in case of marriage crisis (legal separation, in this case, as, of course, divorce was not allowed):

 

Bononien. restitutionis dotis, 16 May 1595, in Mantica, Decisiones Rotae Romanae, Romae, 1618, p. 539 ss.: «Placuit Dominis, sententiam esse confirmanda: quia cum convenerit, ut in eventum separationis tori, D. Constantius teneretur D. Lisiae eius uxori praestare scuta 270, pro alimentis, et si in solutione eorum cessaverit per annum, ipsa possit agere ad restitutionem totius dotis: & D. Constantius dictam summam non solverit anno 1589. necessario sequitur, quod dos eidem D. Lisiae debeat restitui».

 

 

 

 

Giurba, Decisionum novissimarum Consistorii Sacrae Regiae Conscientiae Regni Siciliae, I, Panormi, 1621, p. 399, refers about a judgment rendered by the supreme court of Sicily on 20 June 1612.

 

 

 

6. Prenuptial Agreements in Contemplation of Divorce in the U.S.A.

 

Coming to the present state of the situation, we know that such agreements are widely known and practised in the United States.

 

Historically, judges in the United States accepted the view that prenuptial agreements were corrupting what marriage was supposed to stand for, and often they would not recognize them. Currently they are recognized, although they may not always be enforced. Both parties should have lawyers represent them to ensure that the agreement is enforceable. Some attorneys recommend videotaping the signing, although this is optional. Some states such as California require that the parties be represented by counsel if spousal support (alimony) is limited.

 

Prenuptial agreements are, at best, a partial solution to obviating some of the risks of marital property disputes in times of divorce. They protect minimal assets and are not the final word. Nevertheless, they can be very powerful and limit parties’ property rights and alimony. It may be impossible to set aside a properly drafted and executed prenup. A prenup can dictate not only what happens if the parties divorce, but also what happens when they die. They can act as a contract to make a will and/or eliminate all your rights to property, probate homestead, probate allowance, right to take as a predetermined heir, and the right to act as an executor and administrator of your spouse’s estate.

 

In the United States, prenuptial agreements are recognized in all fifty states and the District of Columbia. Likewise, in most jurisdictions, some elements are required for a valid prenuptial agreement:

1.   agreement must be in writing (oral prenups are generally unenforceable);

2.   full and/or fair disclosure at the time of execution;

3.   the agreement cannot be unconscionable.

 

With respect to financial issues ancillary to divorce, prenuptial agreements are routinely upheld and enforced by courts in virtually all states. There are circumstances in which courts have refused to enforce certain portions/provisions of such agreements. For example, in an April, 2007 decision by the Appellate Division in New Jersey, the court refused to enforce a provision of a prenuptial agreement relating to the wife’s waiver of her interest in the husband’s savings plan. The New Jersey court held that when the parties executed their prenuptial agreement, it was not foreseeable that the husband would later increase his contributions toward the savings plan.

 

In California parties can waive disclosure beyond that which is provided, and there is no requirement of notarization, but it is good practice. There are special requirements if parties sign the agreement without attorney, and the parties must have independent counsel if they limit spousal support (also known as alimony or spousal maintenance in other states). Parties must wait seven days after the premarital agreement is first presented for review before they sign it, but there is no requirement that this be done a certain number of days prior to the marriage. Prenups often take months to negotiate so they should not be left until the last minute (as people often do). If the prenup calls for the payment of a lump sum at the time of divorce, it may be deemed to promote divorce. This concept has come under attack recently and a lawyer should be consulted to make sure the prenup does not violate this provision.

 

In California, Registered Domestic Partners may also enter into a prenup. Prenups for Domestic Partners can have added complexities because the federal tax treatment of Domestic Partners differs from that of married couples.

 

A sunset provision may be inserted into a prenuptial agreement, specifying that after a certain amount of time, the agreement will expire. In a few states, such as Maine, the agreement will automatically lapse after the birth of a child, unless the parties renew the agreement. In other states, a certain number of years of marriage will cause a prenuptial agreement to lapse. In states that have adopted the UPAA (Uniform Premarital Agreement Act), no sunset provision is provided by statute, but one could be privately contracted for. Note that states have different versions of the UPAA.

 

In drafting an agreement, it is important to recognize that there are two types of state laws that govern divorce – equitable distribution, of which there are 41 states and 9 states that are some variation of community property. An agreement written in a community property state may not be designed to govern what occurs in an equitable distribution state and vice versa. It may be necessary to retain attorneys in both states to cover the possible eventuality that the parties may live in a state other than the state they were married. Often people have more than one home in different states or they move a lot because of their work so it is important to take that into account in the drafting process.

 

 

7. Prenuptial Agreements in Contemplation of Divorce in the United Kingdom.

 

Prenuptial agreements have historically not been considered legally valid in Britain. This was true until the test case between the German heiress Katrin Radmacher and Nicolas Granatino, indicated that such agreements can “in the right case” have decisive weight in a divorce settlement.

 

The parties were both foreign nationals, the wife German and the husband French, who had signed a pre-nuptial agreement valid under German law but then divorced in the UK. In the High Court Baron J had awarded the husband £ 5.6m even though the pre-nupital agreement had stated that neither party would seek maintenance from the other in the event of divorce. The wife therefore appealed.

Giving the lead judgment Thorpe LJ allowed the wife’s appeal broadly on the grounds that Baron J had not given sufficient weight to the existence of agreement in her initial award, though still providing the husband with some housing and other funds to reflect the shared residence of the couple’s children. At paragraph 53 of the judgment he also made the following statement “in future cases broadly in line with the present case on the facts, the judge should give due weight to the marital property regime into which the parties freely entered. This is not to apply foreign law, nor is it to give effect to a contract foreign to English tradition. It is, in my judgment, a legitimate exercise of the very wide discretion that is conferred on the judges to achieve fairness between the parties to the ancillary relief proceedings”.

Other relevant parts of the reasoning by Lord Justice Thorpe:

“There are many instances in which mature couples, perhaps each contemplating a second marriage, wish to regulate the future enjoyment of their assets and perhaps to protect the interests of the children of the earlier marriages upon dissolution of a second marriage.  They may not unreasonably seek that clarity before making the commitment to a second marriage.  Due respect for adult autonomy suggests that, subject of course to proper safeguards, a carefully fashioned contract should be available as an alternative to the stress, anxieties and expense of a submission to the width of the judicial discretion.”

“I also hold my opinion because: i) In so far as the rule that such contracts are void survives, it seems to me to be increasingly unrealistic.  It reflects the laws and morals of earlier generations.  It does not sufficiently recognise the rights of autonomous adults to govern their future financial relationship by agreement in an age when marriage is not generally regarded as a sacrament and divorce is a statistical commonplace.”

“As a society we should be seeking to reduce and not to maintain rules of law that divide us from the majority of the member states of Europe. Europe apart, we are in danger of isolation in the wider common law world if we do not give greater force and effect to ante-nuptial contracts.”

“In the circumstances, I agree in effect with my Lords that this is a case in which the pre-nuptial agreement made by the parties should be given decisive weight in the section 25 exercise. Their agreement was entered into willingly and knowingly by responsible adults. The husband had a proper understanding of the consequences of his agreement. It is to be inferred that without that agreement no marriage would have taken place, and that the wife’s father would not have made over to her the additional resources which followed her marriage. The parties entered into their agreement with the help and advice of a German lawyer, under German law, making an agreement which was familiar to the civil law under which both parties and their families had grown up in Germany and France.”

 

The decision by the Court of Appeals has been confirmed by the Supreme Court, in the year 2010.

Relevant parts of the S.C. reasoning:

“We would advance the following proposition, to be applied in the case of both ante- and post-nuptial agreements, in preference to that suggested by the Board in MacLeod: "The court should give effect to a nuptial agreement that is freely entered into by each party with a full appreciation of its implications unless in the circumstances prevailing it would not be fair to hold the parties to their agreement."”

“91. On 1 August, 1998 the parties attended at the office of Dr Magis near Düsseldorf. Their meeting with him lasted for between two and three hours. The husband told Dr Magis that he had seen the draft agreement but that he did not have a translation of it. Dr Magis was angry when he learned of the absence of a translation, which he considered to be important for the purpose of ensuring that the husband had had a proper opportunity to consider its terms. Dr Magis indicated that he was minded to postpone its execution but, when told that the parties were unlikely again to be in Germany prior to the marriage, he was persuaded to continue. Dr Magis, speaking English, then took the parties through the terms of the agreement in detail and explained them clearly; but he did not offer a verbatim translation of every line. The parties executed the agreement (which bears the date of 4 August, 1998) in his presence.”

“The agreement stated (in recital 2) that (a) the husband was a French citizen and, according to his own statement, did not have a good command of German, although he did, according to his own statement and in the opinion of the officiating notary (Dr Magis), have an adequate command of English; (b) the document was therefore read out by the notary in German and then translated by him into English; (c) the parties to the agreement declared that they wished to waive the use of an interpreter or a second notary as well as a written translation; and (d) a draft of the text of the agreement had been submitted to the parties two weeks before the execution of the document.”

“Clause 1 stated the intention of the parties to get married in London and to establish their first matrimonial residence there. By clause 2 the parties agreed that the effects of their marriage in general, as well as in terms of matrimonial property and the law of succession, would be governed by German law. Clause 3 provided for separation of property, and the parties stated: "Despite advice from the notary, we waive the possibility of having a schedule of our respective current assets appended to this deed."

99.                 Clause 5 provided for the mutual waiver of claims for maintenance of any kind whatsoever following divorce:

"The waiver shall apply to the fullest extent permitted by law even should one of us – whether or not for reasons attributable to fault on that person’s part – be in serious difficulties.

The notary has given us detailed advice about the right to maintenance between divorced spouses and the consequences of the reciprocal waiver agreed above.

Each of us is aware that there may be significant adverse consequences as a result of the above waiver.”

       The Supreme Court further dismisses the argument of the First Instance Judge, according to which parties had not received independent legal advice, remarking that the Notary had provided sufficient information on the consequences of that agreement.

      

114.            The Court of Appeal differed from the finding of the trial judge that the ante-nuptial agreement was tainted by the circumstances in which it was made. Wilson LJ, with whom the other two members of the court agree, dealt with these matters in detail. The judge had found that the husband had lacked independent legal advice. Wilson LJ held that he had well understood the effect of the agreement, had had the opportunity to take independent advice, but had failed to do so. In these circumstances he could not pray in aid the fact that he had not taken independent legal advice.

115.            The judge held that the wife had failed to disclose the approximate value of her assets. Wilson LJ observed that the husband knew that the wife had substantial wealth and had shown no interest in ascertaining its approximate extent. More significantly, he had made no suggestion that this would have had any effect on his readiness to enter into the agreement.

116.            The judge held that the absence of negotiations was a third vitiating factor. Wilson LJ observed that the judge had given no explanation as to why this was a vitiating factor, and that the absence of negotiations merely reflected the fact that the background of the parties rendered the entry into such an agreement commonplace.

117.            We agree with the Court of Appeal that the judge was wrong to find that the ante-nuptial agreement had been tainted in these ways. We also agree that it is not apparent that the judge made any significant reduction in her award to reflect the fact of the agreement. In these circumstances, the Court of Appeal was entitled to replace her award with its own assessment, and the issue for this court is whether the Court of Appeal erred in principle.”

“Our conclusion is that in the circumstances of this case it is fair that he should be held to that agreement and that it would be unfair to depart from it. We detect no error of principle on the part of the Court of Appeal. For these reasons we would dismiss this appeal.”

 

 

8. Prenuptial Agreements in Contemplation of Divorce in Continental Europe.

 

We saw that at the basis of the rationale of Radmacher v Granatino lays the assumption that, had such a prenup been brought before a court in France or in Germany, it would have been considered as valid and enforceable. This remark is certainly true if we consider what we call in Continental Europe the choice of the régime, with particular reference to the choice for a system of separation of assets.

The situation is different if we have regard to the antenuptial regulation of alimony (maintenance) in case of divorce or separation. This possibility is excluded in countries such as France or Italy, whereas more and more countries in Continental Europe allow such provisions. I could cite here the case of the Family Law Code of Catalogne (Codi de familia), whose article 15 provides the possibility for spouses to agree on assets and patrimonial issues “àdhuc en previsió d’una ruptura matrimonial.” Here it is interesting to remark that same provisions are available to cohabiting partners, according to articles 3 (for heterosexual couples) and 22 (for homosexual couples) of the Law Nr. 10 of 15 July 1998 (d’unions estables de parella/de uniones estables de pareja).

As far as Italy is concerned, we know that the Supreme Court of Cassation has always deemed as null and void any agreement made in contemplation of future divorce, either concluded during the legal separation or before. I spent a lot of energy to try to give evidence that this case law is wrong as well as “diseducating,” because it engenders the idea that among spouses “pacta non sunt servanda.” However, very recently a decision by my Court (the first one of this kind in Italy) stated that agreements reached by married couples at the moment of their separation are valid also in their provisions in contemplation of divorce.

In such framework special attention has to be dedicated to the situation of prenups in Germany (and here we change language…).

 

 

9. Eheverträge anlässlich der Scheidung nach deutschem Recht: Die Rechtssprechung vor 2001.

 

Nach deutschem Recht hat die Privatautonomie in Ansehung der Scheidung immer eine wichtige Rolle gespielt. Das entspricht auch den Spekulationen des klassischen deutschen Denkens. Ich könnte z.B. hier Hegel (Grundlinien der Philosophie des Rechts, Leipzig, 1930, S. 147), zitieren, nach dem „Ehepakten“ seien „gegen den Fall der Trennung der Ehe durch natürlichen Tod, Scheidung u. dergl. gerichtet und Sicherungsversuche (…), wodurch den unterschiedenen Gliedern auf solchen Fall ihr Anteil an dem Gemeinsamen erhalten wird“.

       Seit vielen Jahren beurteilt die deutsche Rechtssprechung als gültig Eheverträge, die auch für den Fall der Scheidung vorsorglich abgeschlossen werden.

       So z.B. nach einer Entscheidung des BGH vom 1995 „Für Vereinbarungen vermögensrechtlicher Art, die Ehegatten während der Ehe oder vorsorglich schon vor der Eheschließung für den Fall einer späteren Scheidung treffen, besteht grundsätzlich volle Vertragsfreiheit (§ 1408 Abs. 1 und Abs. 2 BGB). Eine besondere Inhaltskontrolle, ob die Regelung angemessen ist, hat – anders als bei einer Vereinbarung nach § 1587 o BGB – nicht stattzufinden. Die Wirksamkeit der Vereinbarung hängt nicht von zusätzlichen Bedingungen ab, z.B. davon, daß für einen Unterhaltsverzicht oder einen Ausschluß des Versorgungsausgleichs eine Gegenleistung oder die Zahlung einer Abfindung vereinbart ist“ (BGH 27.9.1995).

 

Nach einem berühmten deutschen Autor (Grziwotz) stehen Ehegattenzwei Wege offen, Regelungen für eine einvernehmliche Auseinandersetzung für den Fall der Scheidung ihrer Ehe zu treffen: der (vorsorgende) Ehevertrag und die Scheidungsvereinbarung. Ein umfassender Ehevertrag kann zwar das Zusammenleben der Ehegatten während der Ehe regeln, in den meisten Fällen werden seine Bestimmungen jedoch erst bei einer Scheidung aktuell. In ‚guten Zeiten’ bedarf es nämlich meist des Rechts nicht, um die wechselseitigen Rechte und Pflichten festzulegen. In der emotionalen Sondersituation der Trennung wirkt es dagegen entlastend, wenn Mechanismen für eine geordnete Auseinandersetzung zur Verfügung stehen. Neben den Ehevertrag als ‚Versicherung gegen die Risiken der Ehe’ tritt die in der Ehekrise geschlossene Scheidungsvereinbarung. Besteht zwischen den Ehegatten ein Konsens darüber, daß ihre Scheidung möglichst streitfrei und kostengünstig abgewickelt werden soll, können sie die Punkte, über die sie (noch) einig sind, vertraglich niederlegen“ (Grziwotz 1996a, 131).

Bevor das BVerfG und der BGH einige Schränke einführten, waren die meisten Autoren der Meinung, dass für die vertragliche Regelung nachehelicher Unterhaltsansprüche volle Vertragsfreiheit grundsätzlich bestehe.

Grenzen sind Unterhaltsvereinbarungen nur durch gesetzliche Verbote, die guten Sitten und das Verbot treuwidrigen Verhaltens gesetzt. Der Bundesgerichtshof hält selbst einen vollständigen Verzicht einer schwangeren Verlobten auf nachehelichen Unterhalt für wirksam. Dies ist auch zutreffend, da bei Vertragsschluß die weitere Entwicklung, insbesondere nach einer Scheidung noch nicht absehbar ist. Allerdings kann es wegen dieser Unsicherheit der künftigen Entwicklung einem Ehemann verwehrt sein, sich auf den früheren Verzicht zu berufen, wenn dieser bei beiderseitiger Berufstätigkeit erklärt wurde und die Notwendigkeit der Pflege und Betreuung gemeinschaftlicher Kinder eine Aufgabe der Erwerbstätigkeit durch die Ehefrau erfordert. Dies gilt in gleicher Weise, wenn der Verzicht anläßlich einer Ehekrise erfolgte und die Ehe nach deren Beilegung noch zehn Jahre bestand. Sittenwidrig ist ein Unterhaltsverzicht, der als Gegenleistung für einen übereinstimmenden Sorgerechtsvorschlag gleichsam als Handel ‚Unterhaltsverzicht gegen Kinder’ gefordert wird“ (so Grziwotz).

Dass in einem solchen Falle der Entschluß, sich scheiden zu lassen, einem der beiden Ehegatten aus wirtschaftlichen Gründen schwerer fallen könnte als dem andern, hat keine Auswirkungen auf die Wirksamkeit der Vereinbarung (BGH 19.12.1989, FamRZ 1990, 372; vgl. auch BGH 2.10.1996).

 

 

10. Eheverträge anlässlich der Scheidung nach deutschem Recht: Die notarielle Praxis.

 

1999, als ich mein Buch über die „Verträge der Ehekrise“ (I contratti della crisi coniugale) veröffentlicht habe, ließ ich von einem deutschen Notar einige Muster übersenden. Ich werde jetzt hier einige Beispiele kopieren. Der erste Fall betrifft einen vollständigen Unterhaltsverzicht.

 

„III.

Nachehelicher Unterhalt

1.

Der Ehemann verzichtet gegenüber seiner Ehefrau vollständig auf die Gewährung nachehelichen Unterhalts (auch für den Fall der Not).

2.

Für den Unterhaltsanspruch der Ehefrau verbleibt es bei der gesetzlichen Regelung, jedoch mit folgenden Maßgaben:

a)

Der Anspruch auf Unterhalt wird auf höchstens ... DM monatlich begrenzt. Die Ehefrau verzichtet auf einen etwa weitergehenden Unterhaltsanspruch.

b)

Die Ehefrau ist verpflichtet, die zu einem Steuervorteil für ihren Ehemann erforderlichen Erklärungen abzugeben, wenn ihr die hieraus entstehenden Nachteile ersetzt werden. Der obige Höchstbetrag ist also immer als Nettobetrag zu verstehen.

c)

Der Höchstbetrag ist nach den heutigen Lebenshaltungskosten festgelegt. Wir vereinbaren deshalb, daß der Höchstbetrag noch oben oder nach unten im gleichen prozentualen Verhältnis verändert, wie sich der von statistischen Bundesamt festgestellte Preisindex für die Lebenshaltung aller privaten Haushalte nach oben oder unten verändert. Die erste Anpassung erfolgt nach Rechtskraft der Ehescheidung durch Vergleich des für den Monat des Vertragsschlusses festgestellten Preisindex mit dem dann festgestellten Preisindex. Jede weitere Anpassung erfolgt dann jeweils für den Januar eines Jahres.

d)

Durch die Vereinbarung einer Höchstgrenze bleiben die gesetzlichen Vorschriften über den nachehelichen Unterhalt im Übrigen unberührt“.

 

Ein zweites Beispiel betrifft dagegen den Fall, wo der Scheidungsunterhalt im Vorhaus festgestellt wird.

 

„III.

Nachehelicher Unterhalt

1.

Für den Fall der Scheidung der von uns beabsichtig­ten Ehe vereinbaren wir in Bezug auf den nachehelichen Unterhalt:

a)

Der Unterhaltsanspruch wird insgesamt ausgeschlossen, wenn die Ehe nicht länger als fünf Jahre Bestand hatte.

b)

Dieser Ausschluß gilt jedoch nicht, wenn und soweit der Unterhaltstatbestand des § 1570 BGB (Pflege oder Erziehung eines gemeinschaftlichen Kindes) vorliegt.

c) Im Übrigen verbleibt es bei den gesetzlichen Bestimmungen.

2.

Der Unterhaltsanspruch wird, sofern er gemäß den vorstehenden Vereinbarungen besteht, der Höhe nach wie folgt begrenzt:

a)

Für den Eheteil, der ein gemeinschaftliches Kind betreut, beträgt der Unterhaltsanspruch höchstens pro Monat DM … .

b)

In allen anderen Fällen, in denen ein Unterhaltsanspruch kraft Gesetzes nach Maßgabe der vorstehend vorgenommenen Beschränkungen besteht, beträgt der Unterhaltsanspruch die Hälfte des vorgenannten Betrages.

c )

Tritt eine Änderung in der Höhe des Lebensbedarfs infolge der allgemeinen wirtschaftlichen Verhältnisse ein, so ist der genannte Betrag entsprechend zu ändern. Er soll sich dabei im gleichen Prozentverhältnis erhöhen oder vermindern, in dem sich der vom Statistischen Bundesamt festgestellte durchschnittliche jährliche Preisindex für die Gesamtlebenshaltung aller privaten Haushalte – berechnet auf der Basis 1980 = 100 – im Vergleich zu demselben Index für den Monat des Vertragsabschlusses erhöht oder vermindert. Die Neufestsetzung findet jeweils im April eines Kalenderjahres statt, wobei dann jeweils der Index für das vergangene Kalenderjahr mit dem Index für den Monat des Vertragsabschlusses verglichen wird.

Die Beträge gelten in ihrer veränderten Höhe jeweils vom ersten Januar an als geschuldet, der dem Monat der planmäßigen Neufeststellung vorangegangen ist. Bei einer Umstellung auf eine neue Indexbasis gilt die neue Indexreihe von ihrer amtlichen Veröffentlichung an.

Die Vertragsteile beantragen die Genehmigung dieser Wertsicherungsvereinbarung gemäß § 3 des Währungsgesetzes durch die Landeszentralbank.

d)

Die Anwendung der Vorschrift des  323 ZPO wird im Übrigen ausgeschlossen.

3.

Für den Fall, daß ein Unterhaltsanspruch nach den vorstehenden Vereinbarungen besteht, gelten im Übrigen die gesetzlichen Bestimmungen“.

 

Nach der deutschen Lehre kann ferner „die Unterhaltspflicht erst nach einer bestimm­ten Ehedauer oder bei Geburt eines gemeinsamen Kindes eintreten oder zeitlich begrenzt werden. Häufig schließen Ehegatten den nachehelichen Unterhalt, ausgenommen den Fall der Kinderbetreuung, aus, um so die beiderseitige Verantwortung auf “ehebedingte Risiken” zu beschränken. Damit kann ein “Übergangsunterhalt” für eine bestimmte Zeit verbunden werden, der dem sorgeberechtigten Ehegatten nach Abschluß der Kinderbetreuung die Wiedereingliederung in das Erwerbsleben ermöglichen soll. Denkbar sind schließlich noch Vereinbarungen über die Art der Unterhaltsgewährung und die Abhängigkeit des nachehelichen Unterhaltsanspruches vom Scheidungsverschulden. Die letztgenannte Regelung wird von Ehepaaren häufig gewünscht, sollte aber nur in Ausnahmefällen vereinbart werden. Besonders krasse Fälle werden bereits durch die gesetzlichen Ausschließungsgründe erfaßt; eine weitergehende vertragliche Wiedereinführung des Schuldprinzips führt nur zum Waschen schmutziger Wäsche mit allen damit verbundenen Eingriffen in den Intimbereich der Ehegatten und den daraus resultierenden Zufälligkeiten“ (so Grziwotz).

 

 

11. Eheverträge anlässlich der Scheidung nach deutschem Recht: Die Rechtssprechung nach 2001.

 

Soweit es bei einer Vereinbarung zum Nachscheidungsunterhalt um die Benachteiligung des Unterhaltsberechtigten durch eine einseitige Lastenverteilung geht, hat eine Entscheidung des Bundesverfassungsgerichts im Jahre 2001 (BVerfG 6.2.2001) zu einer Änderung der Rechtssprechung des BGH geführt.

 

Das Bundesverfassungsgericht hat die Kritik an der schrankenlosen Vertragsfreiheit, mit der Verzichtsvereinbarungen – abgesehen vom Fall der Sittenwidrigkeit – möglich waren, aufgegriffen. Es hat verlangt, dass im Rahmen einer richterlichen Inhaltskontrolle auch verfassungsrechtliche Schranken beachtet werden, welche der Privatautonomie bei einseitiger Dominanz eines Ehepartners aus Gründen gestörter Vertragsparität im Hinblick auf die Schutzbedürftigkeit des verzichtenden Ehegatten gesetzt sein können. Insoweit setze die nach Art. 2 I GG gewährte Privatautonomie voraus, dass die Bedingungen zur Selbstbestimmung des Einzelnen auch tatsächlich gegeben seien. Enthalte ein Ehevertrag eine erkennbar einseitige Lastenverteilung und sei er z. B. im Zusammenhang mit einer Schwangerschaft geschlossen worden, gebiete es die Schutzwirkung des Art. 6 IV GG, den an sich möglichen Unterhalts verzicht richterlich zu überprüfen. Bei der verlangten Überprüfung gehe es um die Drittwirkung von Grundrechts Positionen der Vertragsparteien, die über die Anwendung der zivilrechtlichen Generalklausein durch richterliche Inhaltskontrolle zu verwirklichen seien.

Mit seiner Grundsatzentscheidung vom 11.2.2004 hat der BGH vor dem Hintergrund der erwähnten Rechtsprechung des Bundesverfassungsgerichts die Abkehr von der vorher von ihm bejahten grundsätzlich vollen Vertragsfreiheit für Vereinbarungen zum nachehelichen Unterhalt und zu sonstigen versorgungs- und güterrechtlichen Scheidungsfolgen vollzogen. Zunächst hält der BGH als Ausgangspunkt richtigerweise daran fest, dass die gesetzlichen Regelungen über den nachehelichen Unterhalt, Zugewinn und Versorgungsausgleich im Rahmen ihrer Privatautonomie grundsätzlich der vertraglichen Disposition der Ehegatten unterliegen. Im Ergebnis hat er diese Ausgangsüberlegung allerdings dadurch in Frage gestellt, dass er konstatiert, der Schutzzweck der gesetzlichen Regelungen dürfe durch vertragliche Vereinbarungen nicht beliebig unterlaufen werden, indem eine durch die individuelle Gestaltung der Lebens Verhältnisse nicht gerechtfertigte und dem benachteiligten Ehegatten unzumutbare Lasten Verteilung herbeigeführt werde.

Der BGH weist daraufhin, dass sich nicht allgemein und für alle denkbaren Fälle beantworten lasse, unter welchen Voraussetzungen eine Unterhaltsvereinbarung für den Scheidungsfall unwirksam (§ 138 BGB: Sittenwidrigkeit) oder anzupassen sei (§ 242 BGB: Treu und Glauben). Der BGH verpflichtet den Tatrichter zu prüfen, ob auf Grund einer vom gesetzlichen Scheidungsfolgenrecht abweichenden Vereinbarung eine evident einseitige Lastenverteilung entsteht, die hinzunehmen für den belasteten Ehegatten unzumutbar erscheint.

 

Eine Schwangerschaft reicht z.B. für sich genommen nicht aus, eine Nichtigkeit festzustellen, und zwar auch dann nicht, wenn der Pflichtige die Eheschließung vom Vertragsabschluss abhängig macht. Sie indiziert aber eine schwächere Verhandlungsposition und damit eine Disparität bei Vertragsschluss und führt zwingend zu einer verstärkten richterlichen Kontrolle.

  

Hält ein Vertrag der Wirksamkeitskontrolle stand und ist er auch nicht aus sonstigen Gründen sittenwidrig, hat eine richterliche Ausübungskontrolle nach § 242 BGB zu folgen. Dabei ist zu prüfen, inwieweit der begünstigte Ehegatte im Zeitpunkt der Scheiterns der Lebensgemeinschaft seine ihm durch den Vertrag eingeräumte Rechtsmacht missbraucht wenn er sich auf die Abbedingung von (unterhaltsrechtlichen) Scheidungsfolgen beruft, obwohl sich nunmehr in diesem Zeitpunkt eine evident einseitige Lastenverteilung ergibt, die hinzunehmen für den belasteten Ehegatten bei angemessener Würdigung der Ehe nicht zumutbar ist, auch wenn die Belange des begünstigten Ehegatten und dessen Vertrauen in die Gültigkeit der getroffenen Abrede angemessen berücksichtigt werden. Das kommt insbesondere in Betracht, wenn die tatsächliche einvernehmliche Gestaltung der ehelichen Lebensverhältnisse von den ursprünglich geplanten und dem Vertrag zugrunde gelegten Lebensverhältnissen abweiche.

 

Ich persönlich stimme völlig mit folgender Aussage von einer deutschen Autorin (Hofer) überein, die diese Rechtssprechung kritisiert, indem Sie bemerkt, dass die starke Belastung einer Vertragsseite oder bestimmte persönliche Eigenschaften (z.B. Geschlecht, Schwangerschaft) zum Anlass für richterliche Eingriffe in Verträge nicht gemacht werden könne. Eine solche Konzeption bedeute eine „Bevormundung“, sofern in Eigenverantwortung getroffene Entscheidungen nicht respektiert werden, und stehe im Widerspruch zum Prinzip der Privatautonomie. Ferner bin ich der Meinung, dass die Befugnisse eines deutschen (bzw. italienischen, oder französischen etc.) Richters ganz unterschiedlich sind als diejenigen der Richter von Common Law Ländern. Tatsächlich, in den kontinentaleuropäischen Rechtssystemen des Civil Law ist den Richtern nicht erlaubt, den Inhalt von Rechtsgeschäften zu bestimmen.

 

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