II

FRANCIA

 

 

6. Funzione della motivazione e funzione del giudice nel pensiero giuridico contemporaneo.

 

Chi in Francia ha studiato il tema della motivazione della sentenza ha posto in luce come la funzione di tale atto sia intimamente legata alla funzione del giudice, che è triplice:

 

·                 «simbolica»,

·                 «di regolazione sociale» e

·                 «di ricorso al giudice».

 

       «L’analyse de la fonction du juge révèle son caractère multiple:

 

·        fonction symbolique: le juge seul dispose du pouvoir d’ordonner, d’imposer sa décision (il faut renvoyer ici à la classification de Jean Carbonnier, qui distingue, historiquement, le juge magique, intercesseur auprès de la divinité, puis le juge charismatique, seigneur ou notable dont la parole s’impose à tous comme expression de la clémence et de l’équité, enfin le juge moderne, qualifié de juge logique, « mémorisant et rationnalisant » ‑ il faudrait ajouter, parfois « innovant » ‑, s’exprimant par de « brefs motifs », au sein d’une « collégialité opaque »).

·        fonction de régulation sociale: le juge fabrique de la paix sociale en réglant les conflits par une décision en principe ‑ par sa nature et la légitimité de la personne qui la prononce ‑ acceptée par tous.

·        fonction de recours : dans les situations de crise, de détresse intense, l’appel au juge est l’ultime recours pour rétablir ce qui est considéré ‑ et vécu ‑ comme juste et bon»[1].

 

 

D’altro canto si è autorevolmente rilevato anche Oltralpe che «le juge devient une source incorporée à la loi, la sentence une application créatrice du Droit», mentre la funzione giudiziaria non è più solo quella di dire le droit, poichè «Dans l’application du Droit, le juge est en réalité appelé à brasser d’innombrables données qui sont, dans l’ordre moral, psychologique, économique, social, des facteurs de pur fait ; l’appréciation du fait y prend un part décisive. La sentence n’est pas que la réponse d’un juge à une question de droit. La fonction juridictionnelle intègre d’autres missions que celle de dire le Droit, au premier rang desquelles le traitement judicieux de l’ensemble des données factuelles» [2].

 

Ma come interagiscono fatto e diritto nella stesura della motivazione della decisione francese? Il dato di partenza positivo è oggi costituito dall’art. 455 del nouveau Code de procédure civile, [che risale ai primi anni ‘70] così come riformato dall’art. 11 del décret nº 98-1231 del 28 dicembre 1998, in vigore dal 1° marzo 1999, a mente del quale «Le jugement doit exposer succinctement les prétentions respectives des parties et leurs moyens. Cet exposé peut revêtir la forme d’un visa des conclusions des parties avec l’indication de leur date. Le jugement doit être motivé. Il énonce la décision sous forme de dispositif».

 

E’ da notare che l’inciso «Cet exposé peut revêtir la forme d’un visa des conclusions des parties avec l’indication de leur date» è stato aggiunto, per l’appunto, dalla citata riforma del 1998, al fine di rendere più «snella» la struttura della decisione.

 

La storia di questa disposizione appare piuttosto tormentata. A parte i precedenti storici più remoti, che verranno posti in luce successivamente [3], va detto che, prima del 1958 (più esattamente del décret n° 58-1289 del 22 dicembre 1958), la redazione della sentenza era opera non solo del giudice, ma anche dei legali delle parti. Il primo redigeva la minute della sentenza, contenente, in buona sostanza, i motivi della decisione e il dispositivo. La minute era però successivamente completata dalle c.d. qualités, cioè da un atto redatto da ciascuno degli avoués delle parti in causa, in cui, oltre a specificare la qualità (da cui il termine qualité attribuito a questi particolari atti) che le parti avevano assunto nel processo (attore, convenuto, interveniente, ma anche eventualmente tutore, curatore, ecc.), questi indicavano le rispettive conclusioni, le allegazioni di parte e lo svolgimento del processo. L’intero procedimento ne risultava quindi assai appesantito e il fatto che le qualités fossero redatte dopo il deposito della motivazione forniva ai legali delle parti soccombenti l’occasione per far risaltare in tali atti i punti di divergenza e le eventuali omissioni, reali o supposte, compiute dal giudice nella motivazione, così agevolando la proposizione dell’appello e la riforma della decisione. La dottrina d’Oltralpe esprime dunque un generale apprezzamento per il superamento di siffatto sistema  [4].

 

 Gli autori che si occupano della tecnica di redazione sottolineano che il giudice deve dapprima distinguere quale sia l’oggetto del contendere, quindi passare alla qualificazione giuridica, per poi porre in ordine le questioni (preliminari, di merito, consequenziali, ecc.), esporre le rationes decidendi e redigere il dispositivo [5]. Questo postulato metologico conduce naturalmente a una redazione della decisione in tre parti:

 

·                 exposé du litige,

·                 motivation,

·                 dispositif  [6].

 

La somiglianza con il nostro sistema è, in realtà, solo apparente. L’exposé du litige non è, infatti, né è mai stato – neppure prima della riforma del 1998 – esattamente corrispondente allo «svolgimento del processo» (o al «fatto») delle sentenze italiane, cioè ad una narrazione dell’attività delle parti e del giudice. Un tempo, come si è detto, esso costituiva oggetto delle qualités redatte dalle parti e, dopo la riforma del 1958, una concisa esposizionefiltrata tramite la forma mentis del giudicedei dati di fatto rilevanti in causa e delle argomentazioni difensive delle parti.

 

A seguito della citata riforma del 1998, poi, esso può essere sostituito dal visto apposto dal giudice alle conclusioni delle parti, con l’indicazione della data di deposito nel dossier del procedimento: un visto che, secondo la giurisprudenza della Cour de cassation, può anche essere omesso, se i motivi delle parti risultino comunque esposti nella motivazione della decisione [7]. Per quanto attiene alla parte dei motivi della decisione, pure questa si presenta come radicalmente diversa da quella usualmente praticata in Italia.

 

       Andrà ancora aggiunto, per ciò che attiene all’obbligo di motivazione (su cui si avrà ancora modo di tornare), che oggi esso non è imposto in tutta una serie di casi eccezionali, specificamente indicati dalla legge.

 

       «Certaines décisions sont cependant dispensées de l’obligation des motifs, soit par discrétion (jugement qui prononce l’adoption, art. 353, C. civ.), soit parce qu’ils se suffisent à eux‑mêmes (jugements préparatoires), soit parce qu’il s’agit d’une mesure purement administrative (remise de cause), soit encore parce que le tribunal jouit d’un pouvoir discrétionnaire (décision de sursis à statuer par ex.).

       La décision du juge des affaires matrimoniales en cas de demande conjointe des époux, prononçant le divorce, n’est pas motivée, elle a un caractère gracieux (art. 232, C. civ. et art. 1088, nouv. C.). Lorsque le divorce a un caractère contentieux, les époux peuvent demander que les torts et griefs des époux ne soient pas mentionnés (art. 248‑1, C. civ. et art. 1128, nouv. C.). Dans le cas de divorce sur demande acceptée, le tribunal se borne à viser l’ordonnance du juge aux affaires matrimoniales qui a constaté cet accord des conjoints; il n’ajoute pas d’autres motifs (art. 1136, nouv. C.)» [8].

 

      

7. L’exposé du litige.

 

Come si è detto poc’anzi, l’exposé du litige, o l’exposé des moyens présentés par les parties ha poco a che vedere con il nostro «svolgimento del processo»: esso appare invero focalizzato non tanto a mettere in evidenza le attività processuali svolte, quanto ad esporre petitum e causa petendi [9] delle domande presentate, così come l’essenza delle eccezioni e delle repliche.

 

La dottrina precisa inoltre che vanno distinti i concetti di moyen e argument. Più esattamente, mentre il primo concetto consiste in un ragionamento giuridico, il secondo concerne esclusivamente i fatti. Questi ultimi sono nella disponibilità delle parti, mentre la qualificazione giuridica degli stessi appartiene al giudice.

 

       «Le moyen consiste en un raisonnement juridique (la nullité du contrat est demandée ‑ le moyen invoqué est le vice du consentement). L’argument est de pur fait (le vice du consentement résulte de manoeuvres dolosives de l’autre partie, qui a trompé son cocontractant sur la portée de l’engagement souscrit, par exemple en rédigeant de faux documents). L’exposé des moyens des parties doit permettre de définir le cadre juridique dans lequel s’inscrivent les faits litigieux. Mais il convient de distinguer: ‑ l’objet du litige, que le juge ne peut pas modifier (c’est l’affaire des parties, selon le principe de procédure dit « principe dispositif ») ; ‑ la qualification juridique du litige, qui appartient à la fois aux parties et au juge» [10].

 

 

Da quanto sopra derivano per il giudice tre obbligazioni:

 

·        esporre le pretese ed i mezzi delle parti per delimitare l’oggetto del giudizio (esposizione che, ai sensi dell’ art. 455 del nouveau Code de procédure civile, deve essere «succincta»);

·        astenersi dallo snaturare le conclusioni delle parti, facendo altresì attenzione a non dare per ammesso o contestato ciò che ammesso o contestato non è;

·        astenersi dal modificare l’oggetto della lite. In proposito si rileva che il giudice non può introdurre fatti che le parti non hanno invocato, al fine di evitare di infrangere il principio del contraddittorio [11].

 

Venendo alla qualification juridique du litige, va detto subito che anche Oltralpe vale il principio secondo cui tale attività spetta esclusivamente al giudice («Donne-moi les faits, je te donnerai le droit»). In proposito si rimarca in dottrina che questa procedura «constitue la première étape du raisonnement du juge dans l’appréhension du litige et la préparation de la décision. Ce cheminement intellectuel est donc essentiel, car il va déterminer la première orientation du juge dans son travail de résolution du litige» [12]: ma qui ci troviamo già, evidentemente, nel campo dei veri e propri motivi della decisione.

 

       «La qualification juridique, ainsi analysée, conduit à trois conséquences :

 

1)    Le juge doit procéder à la qualification juridique du litige, avant d’examiner la valeur des prétentions respectives des parties. Exigence de pure logique : il faut définir et délimiter la question posée avant de tenter d’y répondre.

2)    Le juge doit, au besoin, rectifier la qualification donnée par les parties. Il lui appartiendra, en ce cas, de veiller au respect du principe de la contradiction, en invitant les parties à s’expliquer sur la qualification qu’il entend retenir.

3)    Le produit de l’effort de qualification sera le recensement précis des questions en litige, qui est un préalable indispensable à la rédaction d’une décision cohérente» [13].

 

 

       Sarà opportuno ricordare, chiudendo sull’argomento, che, come si è già avuto modo di vedere, a seguito della citata riforma del 1998 l’exposé du litige può, di fatto, mancare, venendo sostituito dal visto apposto dal giudice agli atti contenenti le conclusioni depositate dalle parti nel fascicolo della procedura, con la specificazione della data di deposito delle stesse. Peraltro va subito aggiunto che, nella prassi, molti giudici hanno ad oggi preferito continuare a seguire il vecchio stile: un collega contattato dallo scrivente (M. Jean-François Kriekg, all’epoca Presidente del Tribunale di Nîmes) ha confermato esservi una «réticence culturelle à cet égard» da parte della magistratura. Un altro collega, per contro (M. Jean-Jacques Heintz, all’epoca Presidente del Tribunale di Mulhouse), ha dichiarato che l’uso di rinviare alle conclusioni delle parti sarebbe divenuto prassi corrente (v’è da chiedersi, scherzosamente, se non si riproponga qui in nuovi termini la tradizionale dicotomia tra pays de droit coutumier e pays de droit écrit…).

 

Per concludere sul punto, si potrà ancora osservare, comparativamente, che la riforma del diritto societario italiano ha introdotto una nuova disposizione, a mente della quale «La sentenza può essere sempre motivata in forma abbreviata, mediante il rinvio agli elementi di fatto riportati in uno o più atti di causa e la concisa esposizione delle ragioni di diritto, anche in riferimento a precedenti conformi» (cfr. art. 16, comma 5, seconda parte, d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 5). La possibilità di «rinvi[are] agli elementi di fatto riportati in uno o più atti di causa» permetterà al giudice italiano di dar luogo (ancorchè nella limitata ipotesi del contenzioso societario) ad una forma di presentazione dello «svolgimento del processo» assai simile a quanto ora l’art. 455 del codice di rito francese consente ai colleghi d’Oltralpe.

 

 

8. Motivazione, ragionamento giudiziario e sillogismo giudiziario.

 

L’obbligo di motivazione delle sentenze trova la sua fonte nel già citato art. 455 del nouveau Code de procédure civile che, a proposito del jugement, espressamente e lapidariamente stabilisce: «Le jugement doit être motivé».

 

Sebbene la norma non contenga altre indicazioni, si ritiene comunemente che la motivazione debba essere sia in fatto che in diritto. Per ciò che attiene ai fatti va ricordato che, secondo quanto affermato dalla Cour de cassation, la valutazione degli stessi da parte del giudice è «souveraine», mentre, per quel che riguarda il diritto, il giudice deve esporre «clairement et complètement le cheminement de sa réflexion et les étapes intellectuelles de la prise de décision, en un mot, le raisonnement judiciaire» [14].

 

La prima tappa di questo ragionamento è costituita, come si è visto, dalla qualificazione giuridica della controversia. Da tale qualificazione deriva l’individuazione della norma di riferimento, con conseguente applicazione della stessa al caso in esame, secondo il meccanismo logico del c.d. «sillogismo giudiziario», figura che non solo è nota alla dottrina d’Oltralpe [15], ma che viene anche «plasticamente» scolpita nell’essenziale ossatura delle decisioni francesi.

 

       Valga per tutti l’esempio seguente.

Risulta dagli artt. 1101 e 1108 del Code Civil la regola non scritta secondo cui, in materia contrattuale, il silenzio non vale accettazione. Ora, una corte d’appello condanna una persona a pagare il prezzo di riparazioni effettuate su di un natante non previste dal preventivo inizialmente sottoposto al proprietario dell’imbarcazione, sol perché quest’ultimo, avvertito dell’utilità di tali lavori, non aveva risposto alla proposta in tal senso effettuata dal riparatore. La decisione viene cassata dai giudici di legittimità, avendo ignorato la regola di cui sopra.

 

Come osservato in dottrina [16] «La motivation apparaît ici dans sa fonction primordiale de justification rationnelle de la décision. L’on observera, en même temps, l’extrême brièveté de la décision de la Cour de cassation : huit lignes pour énoncer la règle de droit et l’appliquer au litige». Si riporta qui di seguito il testo della decisione [17].

 

Cour de Cassation
Chambre civile 1

Audience publique du 16 avril 1996

Cassation.


N° de pourvoi : 94-16528
Publié au bulletin

Président : M. Lemontey .
Rapporteur : M. Ancel.
Avocat général : M. Roehrich.
Avocat : la SCP Guiguet, Bachellier et Potier de la Varde.

REPUBLIQUE FRANCAISE

AU NOM DU PEUPLE FRANCAIS


Sur le moyen unique :

Vu les articles 1101 et 1108 du Code civil ;

Attendu que, pour condamner M. Ducournau à payer à la société Méditerranée plaisance le coût de travaux de réparation d’un bateau non prévus dans le devis, l’arrêt attaqué se borne à énoncer que M. Ducournau ne conteste pas avoir reçu la lettre relative à ces travaux et s’être abstenu d’y répondre ;

Attendu qu’en se déterminant ainsi, alors que le silence ne vaut pas, à lui seul, acceptation, la cour d’appel a méconnu les textes susvisés ;

PAR CES MOTIFS :

CASSE ET ANNULE, dans toutes ses dispositions, l’arrêt rendu le 31 janvier 1994, entre les parties, par la cour d’appel d’Aix-en-Provence ; remet, en conséquence, la cause et les parties dans l’état où elles se trouvaient avant ledit arrêt et, pour être fait droit, les renvoie devant la cour d’appel de Nîmes.



Publication : Bulletin 1996 I N° 181 p. 126

Décision attaquée : Cour d’appel d’Aix-en-Provence, 1994-01-31
Titrages et résumés CONTRATS ET OBLIGATIONS - Consentement - Preuve - Silence (non) .

Le silence ne vaut pas, à lui seul, acceptation.

Codes cités : Code civil 1101, 1108.

 

A mo’ di comparazione sullo stile delle sentenze potrà segnalarsi che la motivazione di cui sopra è assai più breve delle corrispondenti massime (per non dire, ovviamente, delle motivazioni…) italiane sul tema. Si veda, ex multis, Cass., 15 maggio 1959, n. 1442:  «Il silenzio è manifestazione di volontà, espressa e non tacita, come linguaggio muto quando la legge (art.1333, capov.,1339, quarto comma, 1454, terzo comma, 1665, terzo e quarto comma,1712, secondo comma e 1837, primo comma cod. civ.), gli usi in una determinata cerchia sociale, il contratto, la pratica invalsa tra persone in continua relazione d’affari, attribuiscono ad esso un particolare valore. Al di fuori di queste ipotesi, in cui l’interessato, se intende evitare che il silenzio valga accettazione, deve manifestare espressamente una volontà contraria, non può attribuirsi al silenzio stesso efficacia giuridica di consenso all’altrui dichiarazione. La manifestazione tacita di volontà è, invece, in rapporto non già al silenzio, nel senso suindicato, ma ad un comportamento univoco e conclusivo dal quale può desumersi, per il comune modo d’intendere, una data volontà negoziale» [18].

 

 

9. Le condizioni di validità della motivazione: generalità.

 

Secondo la giurisprudenza della Cour de cassation che, come quella italiana, esercita il suo controllo sulla motivazione delle decisioni, quest’ultima, per non incorrere in vizi di nullità, deve rispondere ai seguenti sei requisiti:

 

·        deve essere esistente,

·        non deve essere meramente apparente,

·        deve essere pertinente,

·        deve essere sufficiente,

·        deve essere razionalmente corretta,

·        deve rispondere ai mezzi proposti dalle parti.

 

 

10. Le condizioni di validità della motivazione: motivazione esistente, non meramente apparente, pertinente e sufficiente.

 

La  mancanza di motivazione è uno dei vizi più gravi della sentenza. La dottrina francese pone in luce come non si tratti di un’ipotesi di scuola, portando il caso delle sentenze contumaciali, in cui il giudice si ritiene autorizzato sovente a decidere sulla base della sola défaillance del convenuto, ciò che dà luogo ad un simulacro di motivazione del genere seguente: «Attendu que la défaillance du défendeur fait présumer qu’il n’a aucun moyen à opposer à la demande, qui est fondée» [19].

 

Ecco come una monografia dedicata alla «tecnica della cassazione» riassume i termini del problema [20]:

 

 

Ma la carenza di motivazione può manifestarsi anche sotto altre forme; si parla al riguardo di motivazioni illusoires o factices, quali, ad esempio:

·        «Attendu que la demande est fondée»;

·        «Attendu qu’il résulte des débats que X a commis une faute dont il doit réparation à Y»;

·        oppure la semplice affermazione di una data circostanza (si parla qui di motif d’ordre général): si cita al riguardo il caso in cui si dica che  «la survenance d’un piéton sur la chaussée hors d’un passage protégé constituerait un événement de force majeure, sans préciser les circonstances qui, en l’espèce, auraient caractérisé l’irrésistibilité et l’imprévisibilité propres à caractériser la force majeure» [21].

 

Si ritengono altresì inammissibili le motivazioni per relationem ad un’altra decisione, anche se resa tra le stesse parti [22]. In proposito va però tenuto presente che l’introduzione dei mezzi informatici dovrebbe poter aiutare per il futuro ad evitare siffatti motivi di nullità. 

 

Circa la pertinenza dei motivi si pone in evidenza come questi debbano essere in stretta «relation avec la question juridique soumise à la juridiction», posto che il giudice non deve mai abbandonare la logica giuridica [23].

 

«Motivazione sufficiente» non significa che il giudice debba rispondere a tutte le argomentazioni sviluppate dalle parti, bensì che egli deve prendere in considerazione tutte le conclusioni proposte [24]. La motivazione deve poi essere sufficiente per permettere alla Corte di cassazione di esercitare il suo controllo sull’applicazione della regola di diritto. Motivazione non sufficiente viene pertanto ritenuta, ad esempio, quella fondata sull’equità o quella basata su di una regola giuridica complessa, le cui implicazioni non vengono adeguatamente vagliate ed esplicitate dal giudice.

 

Si riporta al riguardo il caso seguente:

 

       «L’obligation du vendeur d’un matériel complexe (informatique, par exemple) comporte, non seulement la livraison du matériel, mais sa mise au point, avec, en plus une obligation accessoire d’information et de conseil du client. Est donc insuffisamment motivée (et manque de base légale au regard de la règle de droit applicable), la décision qui condamne l’acquéreur à payer le prix, au motif que la livraison a été acceptée, sans rechercher si le vendeur avait, en l’espèce, exécuté son obligation d’information et de conseil» [25].

 

       In tema di sufficienza della motivazione andrà poi ricordato che una particolare norma concernente il giudizio d’appello stabilisce che, nel caso di conferma della sentenza di primo grado, si deve reputare che la corte d’appello abbia adottato la motivazione della sentenza appellata, nella parte in cui non contrasta con la motivazione di secondo grado (cfr. l’ art. 955 del nouveau Code de procédure civile).

 

 

11. Le condizioni di validità della motivazione: motivazione razionalmente corretta e rispondente ai mezzi proposti dalle parti.

 

Le principali ragioni di irrazionalità della motivazione vengono dalla dottrina francese ricondotte alle fattispecie seguenti:

 

·        ambiguità: «le motif doit être clair et affirmatif, il ne doit pas laisser la place à l’interprétation»;

·        carattere dubitativo: è dubitativa la motivazione che lascia «planer une incertitude sur l’exactitude de ses énonciations», come quella che, per esempio, affermasse, senza ulteriori specificazioni, che «dans ces conditions, il pourrait s’agir d’une faute contractuelle»;

·        carattere ipotetico: è ipotetica la motivazione che «repose sur la supposition de faits dont la réalité n’est pas établie» (quale, ad esempio, quella con cui il giudice affermasse che una clausola contrattuale «sembra implicare» un diritto di recesso in capo ad una delle parti [26]);

·        contraddittorietà: peraltro si afferma che solo la contraddittorietà in fatto può dar luogo a mancanza di motivazione, atteso che la contraddittorietà di motivi in diritto  «se résoud en violation de la loi ou manque de base légale» [27];

·        travisamento del contenuto di documenti (dénaturation): si riferisce questo concetto a «l’erreur manifeste du juge, qui donne à un écrit un sens qu’il n’a manifestement pas selon ses termes clairs et précis», aggiungendosi peraltro che «l’acte, en effet, pour être dénaturé, doit être clair, car toute ambiguïté laisse place à une interprétation qui exclut la dénaturation» [28] ; a titolo d’esempio si porta il caso del giudice che afferma che una parte, che aveva prestato per iscritto una «cauzione», si sarebbe in realtà impegnata come debitore principale.

 

L’interprete italiano non può non rimanere perplesso di fronte all’accanimento con il quale dottrina e giurisprudenza d’Oltralpe si scagliano contro le motivazioni «ipotetiche» e «dubitative», quasi che il giudice, come qualsiasi altro essere umano, non potesse essere scosso dal dubbio sulla decisione (talora complessa e delicata) che è chiamato a rendere! Eppure, ecco qui di seguito come vengono fulminate da dottrina e giurisprudenza quelle che, ai nostri occhi, potrebbero sembrare più che umane e legittime manifestazioni di perplessità [29]:

 

 

La motivazione deve poi essere completa, nel senso che essa «doit comporter la réponse à tous les moyens invoqués par les parties» [30]. Al riguardo si precisa peraltro che tale obligation de réponse si riferisce solamente alle conclusioni qualificabili come:

 

·        ammissibili,

·        pertinenti (cioè in rapporto con la questione di cui si discute) e

·        contenenti un moyen de droit in grado di influire sulla decisione.

 

E’ pertanto possibile non rispondere a conclusioni imprecise o che comportino solo allegazioni di fatto o moyens de droit irrilevanti [31].

 

 

12. Le ragioni storiche della brevità delle motivazioni francesi: l’Ancién Régime.

 

Il primo dato che colpisce l’osservatore italiano delle pronunce d’Oltralpe è sicuramente rappresentato dalla loro lapidaria brevità. Le ragioni della concisione delle motivazioni delle decisioni francesi vanno ricercate, innanzi tutto, nella storia. Al riguardo va notato, in primo luogo, che gli arrêts dei parlamenti dell’Ancien Régime – per una lunga tradizione, risalente per lo meno, al XVI secolo [32] non erano motivati. Ciò, peraltro, non impedì il fiorire di ricchissime raccolte di giurisprudenza, compilate dai c.d. arrêtistes, che si fondavano essenzialmente sui plaidoyers degli avvocati e sulle conclusioni del procuratore generale. A tale fioritura e alla circolazione attraverso il regno dei precedenti giurisprudenziali contribuirono certamente una serie di decisioni reali dirette a porre ordine e chiarezza nella materia, culminate, sotto  Francesco I, con la nota ordonnance di Villers-Cotterêts del 25 agosto 1539, che impose definitivamente l’uso della lingua francese nella redazione degli atti delle procedure giudiziarie, così come nelle sentenze.

 

       «Art. 111 –

       Et pour ce que sont souventes fois advenues causes de douter sur l’intelligence des mots latins contenuz és arrestz, nous voulons que doresnavant tout arrestz, ensemble toutes autres procedures, soient de noz courtz souveraines ou autres subalternes et inférieurs, soient des registres, enquestes, contractz, commissions, sentences, testamens et autres qielzconques actes et exploictz de justice ou qui en dependent, soient prononcez, enregistrez et delivrez aux parties en langage maternel françois et non autrement».

 

 

La disposizione era stata preceduta da due altre ordinanze:

 

·        quella di Moulins del 28 dicembre 1490 (Carlo VIII), che, all’art. 101, aveva ordinato che le deposizioni dei testimoni fossero effettuate in lingua francese o nella lingua materna dei testi «tels que lesdits temoins puissent entendre leurs depositions, et les leur puisse lire et recenser en tel langage et forme, qu’ils auront dit et deposé».

·        Quella di Lione del giugno 1510 (Luigi XII), che, all’art. 47, «Pour obvier aux aubs et inconveniens, qui sont par cy-devant advenus, au moyen de ce que les Iuges des pays de droict escrit, ont fait les procesz criminels desd. pays en Latin, et toutes enquestes pareillement : Ordonnons afin que les tesmoins entendent leurs depositions, et les criminels les procez faits contr’eux, que d’orenevant tous les procez criminels et lesdites enquestes, en quelque matiere que ce soit, seront faites en vulgaire, et langage du pays, où seront fait lesdits procez criminels, et enquestes : autrement ne seront d’aucun effect et valeur».

 

Come si è appena detto, l’ordonnance di Villers-Cotterêts si inquadrava nell’ambito di uno sforzo tendente a razionalizzare il modo in cui le pronunzie venivano emesse, se è vero che lo stesso Francesco I, con un’ordinanza di qualche anno precedente (1535), dato atto della circostanza che alcuni giudici «donnent et font leurs jugemens et sentences si obscurs et si douteux qu’à peine les peut-on entendre», aveva disposto che tutti i giudici del Regno pronunziassero sentenze «certaines et claires».

 

 

       Nella stessa ordinanza si era cercato di ovviare all’incertezza derivante dal fatto che molti giudici solevano modificare le pronunzie una volta emesse, disponendosi che per il futuro i magistrati consegnassero per iscritto il dispositivo della decisione pronunziata al cancelliere, che avrebbe dovuto vistarla e registrarla.

 

 

Fiorirono così, come si diceva, le compilazioni degli arrêtistes, opere che non di rado raggiungevano un peso (anche fisico!) notevole e che si incentravano in particolare sulle sentenze dei Parlamenti, ciò che ebbe una notevole influenza anche sulla dottrina: Cuiacio e Molineo sono, praticamente, gli ultimi grandi giuristi d’Oltralpe ad esprimersi in latino nelle loro opere. Con l’inizio del XVII secolo il francese soppianta definitivamente la lingua latina nei trattati e nei commentari delle coutumes. Con particolare riguardo a questi ultimi, poi, si procede, già nelle prime decadi del Seicento, a tradurre in francese quelli (si pensi a Choppin e D’Argentré) già redatti originariamente in latino.

 

 Talora i compilatori non disdegnavano neppure di concentrare l’attenzione su decisioni solo apparentemente meno importanti, come gli actes de notoriété, una rimarcabile raccolta dei quali (in relazione a quelli emanati dallo Châtelet di Parigi [33]), venne effettuata dal Denisart [34]. In tali opere il lavoro dell’arrêtiste era fondamentale, consistendo il medesimo non solo nel riportare la decisione finale (che si sostanziava in un dispositivo assolutamente incomprensibile, in assenza di un’adeguata spiegazione), ma anche nell’esposizione, sovente assai dettagliata, dei moyens e dei plaidoyers degli avvocati (talora presentati in una sorta di vero e proprio «gioco delle parti», talaltra in maniera più «asettica» ed impersonale) e/o della requisitoria del procuratore generale [35].

 

Si riporta qui di seguito, a titolo d’esempio, una sentenza del Parlamento di Rouen 15 gennaio 1672, tratta dal Journal du Palais, in tema di prova per testimoni di un contrat de mariage concluso in Normandia [36].

 

 

Quanto sopra spiega perchè grande successo ebbero anche le raccolte dei plaidoyers di alcuni celebri avvocati e giureconsulti (si pensi a Masuer [37], a Le Maistre [38], o a Cochin [39]) o quelle delle requisitorie pronunciate dai procuratori generali (e qui un nome basterà per tutti: quello del Cancelliere D’Aguesseau [40]). Con riferimento ai precedenti storici francesi in tema di motivazione si potranno ancora riportare qui di seguito alcune interessanti osservazioni di Gorla [41] sullo stile delle sentenze d’Oltralpe.

 

 

 

13. Le ragioni storiche della brevità delle motivazioni francesi: Illuminismo e Rivoluzione.

 

Un’altra – e temporalmente più vicina – ragione della brevità delle sentenze francesi va ricercata nell’influsso dei principi illuministici, secondo i quali la funzione del giudice avrebbe dovuto essere nulla più che quella di un semplice applicatore della legge: bouche de la loi, conformemente alla notissima espressione di Montesquieu. A ben vedere, l’idea secondo cui le leggi avrebbero dovuto essere concepite in maniera tale da limitare quanto più possibile la discrezionalità del giudice era stata, prima ancora degli illuministi, coltivata per secoli dai dottori del diritto comune, che amavano rifarsi sul punto alla dottrina aristotelica.

 

       Tanto per citare alcuni celebri giureconsulti del XVI secolo, basterà ricordare quanto affermato dal già citato pavese Giacomo Menochio, secondo cui «Aristoteles Peripateticae, ac communis denique Philosophiae principes, Rhetoricorum primo scriptum reliquit: illas leges optime constitutas esse, quae in omnibus, qui incidere possunt casibus sancitae sunt: quaeque paucissima Iudicis arbitrio reliquerunt» [42]; il saviglianese Aimone Cravetta, dal canto suo, ammoniva che «Iudices tamen plerique tali arbitrio abutuntur ob id relinqui debet arbitrio iudicis minus, quam sit possibile» [43]. Del resto, già Bartolo aveva sostenuto che il giudice «debet servare aequitatem in his, quae suo arbitrio committuntur, in his vero, quae a lege sunt decisa debet legis decisionem servare» [44].

 

L’idea di cui sopra venne però rilanciata con vigore – sia in Francia che in Italia – dai philosophes del secolo dei Lumi, quale baluardo nei confronti d’un potere visto come espressione d’una volontà potenzialmente dispotica e capricciosa [45]. Spingere siffatte conclusioni alle logiche conseguenze avrebbe però significato autorizzare i giudici a non decidere, ogni qualvolta la legge fosse risultata lacunosa od oscura. In effetti, qualcosa di simile fu tentato durante la Rivoluzione con il c.d. référé législatif, che però si dimostrò ben presto impraticabile [46], al punto che il Code Napoléon, dando prova d’un realismo (o, se si preferisce, d’un cinismo) proprio di ogni moderna legislazione,  vietò ai giudici di trarsi d’impiccio con un non liquet ogni qualvolta la legge fosse stata «silenziosa, muta o insufficiente» [47], così concedendo al potere giudiziario prerogative di tipo sostanzialmente normativo.

 

Per altro verso, il nuovo codice francese continuò a collocarsi nell’ottica illuministica di vietare al giudice la possibilità di pronunziare «par voie de disposition générale et réglementaire sur les causes qui leur sont soumises» (art. 5), così evitando per il futuro non solo il ripetersi di quelle «invasioni di campo» ai danni del potere legislativo commesse dai Parlamenti dell’Ancien Régime con i famigerati arrêts de règlement [48], ma anche la possibilità che la motivazione delle sentenze venisse a «gonfiarsi» di obiter dicta con i quali il giudice, prendendosi per legislatore, cedesse alla tentazione di ricostruire un intero sistema normativo (o parti di esso), ben al di là dei limiti tracciati dal thema decidendum.

 

Non è un caso che la storia della motivazione delle sentenze proceda di pari passo con l’introduzione del principio di legalità e di separazione dei poteri. Quest’ultima regola, affermata, come noto, da Montesquieu [49], viene espressamente recepita dalla legge del 16-24 agosto 1790 e successivamente riaffermata dalla costituzione del 3 settembre 1791, da quella del 24 giugno 1793 (anno I) e da quella del 22 agosto 1795 (anno III): queste stesse normative introducono in Francia il pieno riconoscimento del principio di obbligatorietà della motivazione [50], regola cui la dottrina contemporanea francese tende ad attribuire ancor oggi valore di principio costituzionale, pur nel silenzio (piuttosto curioso, a dire il vero) della costituzione del 1958 [51].

 

 

14. Lo stile delle motivazioni francesi: assenza di citazioni; narrazione del fatto e dello svolgimento del processo.

 

Il codice italiano vieta, come noto, la citazione di autori giuridici (art. 118, 3° co., disp. att. c.p.c.). La norma non ha riscontro nella normativa francese, non già perché Oltralpe vigano disposizioni diverse, ma perché non vi è mai stato bisogno di una regola simile alla nostra. Sul punto sono, ancora una volta, determinanti le riflessioni di Gorla [52], il quale rimarca come i giudici d’Oltralpe non usino citare la dottrina e siano assai parchi nelle citazioni della giurisprudenza.

 

 

Si noti, en passant, che le regole e la tecnica in tema di citazioni si prestano anche ad operazioni di tipo, per così dire, «ideologico». Sono note a tutti nel mondo universitario le «istruzioni» impartite da maestri ad allievi sugli autori da citare (quelli, ovviamente, appartenenti alla scuola del maestro in questione o a scuole «alleate») e su quelli da colpire invece da ostracismo (un ostracismo sovente determinato – cela va sans dire – da rivalità o gelosie accademiche). Per ciò che attiene invece al campo giurisprudenziale potrà accennarsi a quella legge sovietica che, come ricorda David, fece espresso divieto di citare le sentenze emanate all’epoca zarista (mentre in Francia, tutto al contrario, neppure lo zelo rivoluzionario si spinse mai ad impedire la citazione di precedenti emessi dai giudici dell’Ancien Régime [53]).

 

Si è già detto che altra caratteristica delle motivazioni francesi è quella di omettere in tutto, o in buona parte, quello che da noi viene qualificato come «fatto» o «svolgimento del processo» e tale prassi è stata sostanzialmente avallata – ed anzi portata ad ulteriori conseguenze – dalla già più volte citata riforma del 1998. Proprio per questo le raccolte di giurisprudenza sono sempre state costrette ad ovviare a tale lacuna, affidando al compilatore un’opera «ricostruttiva» (e, per certi versi, anche interpretativa), che andava così ben al di là di una mera raccolta di decisioni [54].

 

 

 

15. Lo stile delle motivazioni francesi: elogio della concisione.

 

La dottrina francese che si è occupata del tema dello stile delle sentenze tesse sperticati elogi alla virtù della concisione. Fondamentale sul punto l’opera del Mimin, che spiega le ragioni per le quali la prosa del giudice deve distinguersi in modo netto da quella letteraria [55].

 

 

Si presenta così il modello della sentenza a «frase unica», in cui la proposizione principale è costituita dal dispositivo, e la motivazione si snoda in una serie di subordinate che, proprio per via di tale loro carattere, debbono essere necessariamente brevi e concise [56].

 

 

La stessa dottrina ha altresì provato a scomporre, sotto il profilo grammaticale, gli elementi costitutivi della decisione nelle sue varie parti, mostrando fino a che punto la struttura della «frase unica» possa ammettere proposizioni subordinate, sia prima della motivazione, che nel corpo del dispositivo [57].

 

 

       Sono altresì ammesse le c.d. locutions distributives, che consentono di «alleggerire» l’architettura della motivazione, pur senza spezzare la continuità della «frase unica» [58].

 

 

Al di là di tali limitate ipotesi la struttura della «frase unica» non ammette eccezioni: ogni forma espressiva anche solo potenzialmente in grado di alterare tale struttura è rigorosamente bandita, dal momento che viene a perturbare l’equilibrio della frase [59].

 

 

Bandite sono pure le espressioni imperative, esclamative e interrogative, secondo gli esempi qui di seguito riportati [60].

 

 

Commentando tali affermazioni, Gorla conclude plaudendo ai vantaggi dello stile della «frase unica», ponendo in luce come la medesima impedisca difetti quali la prolissità, le divagazioni dottrinali o quelle superflue, gli obiter dicta, la pluralità di motivazioni e le rationes decidendi inutili [61].

 

 

 

15-bis. La struttura delle sentenze della Cour de cassation.

 

       Ai sensi dell’art. 1020 del Nouveau Code de procédure civile la sentenza della Cour de cassation, nel caso di cassazione della sentenza impugnata, vise le texte de la loi sur lequel la cassation est fondée. Ciò significa che, in testa alla pronunzia, l’estensore deve necessariamente porre l’espressa indicazione dell’articolo o degli articoli di legge di cui la Corte ha fatto applicazione per pervenire alla cassazione della decisione impugnata. Sul punto potranno riportarsi le osservazioni svolte da un recente studio sull’argomento [62]:

 

 

 

 

16. Esempi di sentenze.

 

Nel contesto dei paragrafi che precedono si è già avuto modo di presentare diversi esempi di sentenze francesi. La trattazione potrà ora concludersi con la proposizione di un paio di decisioni, la prima delle quali relativa all’interpretazione della disposizione codicistica in tema di exposé des motifs e la seconda concernente l’applicazione della regola dell’arricchimento ingiustificato alle prestazioni lavorative rese da una ex convivente more uxorio. Lo stile di tali decisioni conferma quanto più volte rimarcato nel corso dei paragrafi che precedono e dimostra quanto fallace fosse la posizione di chi, quasi quarant’anni or sono, preconizzava la «mort des Attendus» [63].

 

Con l’occasione si potrà ricordare che la giurisprudenza francese è rinvenibile, tra l’altro, nei siti seguenti:

·        http://www.legifrance.gouv.fr/initRechExpJuriJudi.do  (da cui sono state tratte le due sentenze di seguito riportate);

·        http://www.courdecassation.fr/ (sito ufficiale della Cour de cassation, nel quale è altresì possibile reperire giurisprudenza di quello stesso organo);

·        http://www.legalis.net/jnet/index.htm (contenente giurisprudenza su temi di informatica giuridica);

·        http://www.legalis.net/legalnet/ (contenente giurisprudenza in tema di diritto dell’informazione e dell’informatica).

 

Cour de Cassation
Chambre sociale

Audience publique du 10 mai 2001

Cassation


N° de pourvoi : 00-40909
Inédit

Président : M. LE ROUX-COCHERIL conseiller

REPUBLIQUE FRANCAISE

 

AU NOM DU PEUPLE FRANCAIS


AU NOM DU PEUPLE FRANCAIS

LA COUR DE CASSATION, CHAMBRE SOCIALE, a rendu l’arrêt suivant :

Sur le pourvoi formé par l’Office national des forêts région Corse, dont le siège est résidence Goéland Bleu, avenue de la Grande Armée, 20090 Ajaccio,

en cassation d’une ordonnance de référé rendue le 14 décembre 1999 par le conseil de prud’hommes de Bastia, au profit de M. Jean Pierre Ferrari, demeurant Ponte Leccia, 20218 Ponte Leccia,

défendeur à la cassation ;

LA COUR, en l’audience publique du 14 mars 2001, où étaient présents : M. Le Roux-Cocheril, conseiller le plus ancien faisant fonctions de président, M. Finance, conseiller rapporteur, M. Texier, conseiller, Mme Bourgeot, M. Besson, conseillers référendaires, M. Kehrig, avocat général, Mme Molle-de Hédouville, greffier de chambre ;

Sur le rapport de M. Finance, conseiller, les observations de Me Delvolvé, avocat de l’Office national des forêts région Corse, les conclusions de M. Kehrig, avocat général, et après en avoir délibéré conformément à la loi ;

Vu l’article 455 du nouveau Code de procédure civile ;

Attendu, selon ce texte, que le jugement doit, à peine de nullité, exposer succintement les prétentions respectives des parties et leurs moyens ;

Attendu, selon l’ordonnance attaquée, que M. Ferrari, salarié de l’Office national des forêts, a saisi la formation de référé du conseil de prud’hommes en paiement d’une somme au titre de l’indemnité de transport qu’il estimait lui être due pendant la période d’arrêt de travail pour maladie allant du 4 février 1997 au 5 novembre 1998 ;

Attendu que le conseil de prud’hommes a accueilli la demande du salarié sans exposer ni discuter les prétentions de l’Office national des forêts qui soulevait la contestation sérieuse ;

Qu’ainsi l’ordonnance attaquée a méconnu les exigences du texte susvisé ;

PAR CES MOTIFS :

CASSE ET ANNULE, dans toutes ses dispositions, l’ordonnance de référé rendue le 14 décembre 1999, entre les parties, par le conseil de prud’hommes de Bastia ; remet, en conséquence, la cause et les parties dans l’état où elles se trouvaient avant ladite ordonnance de référé et, pour être fait droit, les renvoie devant le conseil de prud’hommes d’Ajaccio ;

Condamne M. Ferrari aux dépens ;

Vu l’article 700 du nouveau Code de procédure civile, rejette la demande de l’Office national des forêts ;

Dit que sur les diligences du procureur général près la Cour de Cassation, le présent arrêt sera transmis pour être transcrit en marge ou à la suite de l’ordonnance de référé cassée ;

Ainsi fait et jugé par la Cour de Cassation, Chambre sociale, et prononcé par le président en son audience publique du dix mai deux mille un.



Décision attaquée : conseil de prud’hommes de Bastia 1999-12-14

 

 

 

Cour de Cassation
Chambre civile 1

Audience publique du 15 octobre 1996

Cassation partielle.


N° de pourvoi : 94-20472
Publié au bulletin

Président : M. Lemontey .
Rapporteur : M. Chartier.
Avocat général : M. Roehrich.
Avocats : MM. Foussard, Copper-Royer.

REPUBLIQUE FRANCAISE

 

AU NOM DU PEUPLE FRANCAIS


Attendu que Mme Allard et M. Chantoiseau ont vécu en concubinage du 23 décembre 1982 au 23 décembre 1989 ; que M. Chantoiseau était propriétaire d’un fonds de commerce de café-bar à Château-du-Loir ; qu’à la suite de la séparation des concubins, Mme Allard, prétendant avoir travaillé dans le fonds de M. Chantoiseau, a, après avoir formé une demande de paiement d’arriéré de salaires devant un conseil de prud’hommes, lequel s’est déclaré incompétent, l’existence d’un contrat de travail n’étant pas caractérisée, formé une demande tendant à faire constater l’existence d’une société de fait, et, subsidiairement, à obtenir la condamnation de M. Chantoiseau à lui payer une certaine somme sur le fondement de l’enrichissement sans cause ;

Sur le premier moyen, pris en ses trois branches :

Attendu que Mme Allard fait grief à l’arrêt attaqué d’avoir écarté l’existence d’une société de fait alors, selon le moyen, que, d’une part, la cour d’appel n’a pas recherché si Mme Allard avait participé sur pied d’égalité et avec volonté de partage des bénéfices aux investissements réalisés par M. Chantoiseau, privant ainsi sa décision de base légale au regard des articles 1832 et 1871 du Code civil ; alors que, d’autre part, elle n’a pas recherché la part d’apport en industrie de Mme Allard dans l’entretien et la restauration du patrimoine immobilier constitué par M. Chantoiseau avec les bénéfices communs, et qu’en se bornant à examiner, par des motifs dubitatifs, la seule participation de Mme Allard dans l’exploitation du fonds de commerce, elle a à nouveau privé sa décision de base légale au regard des mêmes textes ; alors que, enfin, le devoir de cohérence interdit à une partie d’émettre des prétentions contradictoires, et que, M. Chantoiseau ayant soulevé l’incompétence du conseil de prud’hommes en raison de l’existence d’une société de fait entre lui et Mme Allard, la juridiction de renvoi ne pouvait dès lors faire droit aux moyens de défense de M. Chantoiseau déniant l’existence d’une société de fait, sans violer l’article 1832 du Code civil ;

Mais attendu, sur les deux premières branches, que la cour d’appel, après avoir relevé qu’une société se caractérise avant tout par la volonté des intéressés de participer sur un pied d’égalité à l’exploitation commune avec l’intention de partager les bénéfices et, en cas de déficit, à supporter les pertes, constate que Mme Allard n’apporte aucun élément de preuve en ce sens ; que, par ce seul motif, elle a légalement justifié sa décision sur ce point ;

Et attendu, sur la troisième branche, que, selon le jugement du conseil de prud’hommes, M. Chantoiseau " estime qu’au pire le différend qui l’oppose à Mme Allard pourrait se résoudre dans le cadre d’une liquidation d’une société de fait entre concubins " ; que cette formule n’implique pas la reconnaissance par M. Chantoiseau de l’existence d’une telle société ; que le moyen manque dès lors en fait ;

D’où il suit qu’il ne saurait être accueilli en aucune de ses branches ;

Mais, sur le second moyen :

Vu l’article 1371 du Code civil et les principes qui régissent l’enrichissement sans cause ;

Attendu que, pour écarter la demande subsidiaire, rendue recevable par le rejet de la demande fondée sur l’existence d’un contrat de société, la cour d’appel retient que si Mme Allard participait à l’exploitation du fonds en servant la clientèle, il n’est nullement certain que M. Chantoiseau aurait eu besoin sans elle d’un employé salarié, ni d’ailleurs qu’il n’en avait pas déjà, et qu’il est impossible d’affirmer l’étendue ni même le principe de l’appauvrissement de Mme Allard, et que l’aide apportée à son concubin ne paraît pas avoir dépassé le cadre de la contribution aux charges du ménage ;

Attendu qu’en se déterminant ainsi, alors que la collaboration de Mme Allard à l’exploitation du fonds de commerce sans rétribution, qui se distinguait d’une participation aux dépenses communes des concubins, impliquait par elle-même un appauvrissement de Mme Allard et un enrichissement de M. Chantoiseau, la cour d’appel a violé le texte et les principes susvisés ;

PAR CES MOTIFS :

CASSE ET ANNULE, mais seulement en ce qu’il a rejeté la demande fondée sur l’enrichissement sans cause, l’arrêt rendu le 8 novembre 1993, entre les parties, par la cour d’appel d’Angers ; remet, en conséquence, quant à ce, la cause et les parties dans l’état où elles se trouvaient avant ledit arrêt et, pour être fait droit, les renvoie devant la cour d’appel de Poitiers.



Publication : Bulletin 1996 I N° 357 p. 250
Répertoire du notariat Defrénois, 1997-08-30, n° 15/16, p. 923, note O. MILHAC.
Décision attaquée : Cour d’appel d’Angers, 1993-11-08
Titrages et résumés 1° SOCIETE DE FAIT - Existence - Eléments constitutifs - Constatations nécessaires.

1° Justifie légalement sa décision écartant l’existence d’une société de fait la cour d’appel qui, après avoir relevé qu’une société se caractérise avant tout par la volonté des intéressés de participer sur un pied d’égalité à l’exploitation commune avec l’intention de partager les bénéfices et en cas de déficit à supporter les pertes, constate qu’aucun élément de preuve en ce sens n’est rapporté en l’espèce.

1° CONCUBINAGE - Effets - Société - Société de fait - Eléments constitutifs - Nécessité

2° ENRICHISSEMENT SANS CAUSE - Conditions - Appauvrissement du demandeur - Enrichissement corrélatif du défendeur - Fonds de commerce - Collaboration sans rétribution de la concubine à l’exploitation du fonds de commerce du concubin.

2° La collaboration, sans rétribution, de la concubine à l’exploitation du fonds de commerce du concubin, qui se distingue d’une participation aux dépenses communes du couple, implique par elle-même un appauvrissement de celle-ci et un enrichissement de celui-là.

2° FONDS DE COMMERCE - Exploitation - Concubins - Collaboration sans rétribution de la concubine à l’exploitation du fonds de commerce de son concubin - Enrichissement sans cause
2° CONCUBINAGE - Action de in rem verso - Conditions - Appauvrissement du demandeur - Enrichissement corrélatif du défendeur - Fonds de commerce - Collaboration sans rétribution de la concubine à l’exploitation du fonds de commerce du concubin

Précédents jurisprudentiels : A RAPPROCHER : (2°). Chambre civile 1, 1987-12-08, Bulletin 1987, I, n° 335, p. 241 (rejet).

Codes cités : 2° :. Code civil 1371.

 

 

I

CENNI STORICI

III

INGHILTERRA

IV

GERMANIA

SOMMARIO

 

 



[1] Cfr. Ancel, La rédaction de la décision de justice en France, in aa. Vv., Juges et jugements : l’Europe plurielle. L’élaboration de la décision de justice en droit comparé, (a cura dell’Université Panthéon-Assas [Paris II], Institut de Droit Comparé de Paris), Société de Législation Comparée, Paris, 1998, p. 91 ss. Sulla motivazione e sullo stile delle sentenze v. inoltre il noto manuale del Mimin, nelle sue varie edizioni, l’ultima delle quali è la seguente: Mimin,  Le Style des jugements : vocabulaire, construction, dialectique, formes juridiques, Paris, 1978; cfr. anche Schroeder, Le nouveau style judiciaire, Paris, 1978; Perdriau, Visas, chapeaux et dispositifs des arrêts de la Cour de cassation en matière civile, in JCP, 1986, I, 3257; Estoup, La pratique des jugements, Paris, 1990.

[2] Cornu, La sentence en France, in Universita’ degli Studi di Ferrara, Facolta’ di Giurisprudenza, La sentenza in Europa. Metodo, tecnica e stile, Padova, 1988, p. 167, 169 s.

[3] Cfr. infra, § 12.

[4] Cfr. per tutti Vincent e Guinchard, Procédure civile, Paris, 1996, p. 751 s.

[5] Ancel, op. cit., p. 95 s.

[6] Ancel, op. loc. ultt. citt.

[7] Cfr. Cass. 20 novembre 2002, reperibile nella banca dati Légifrance: «Attendu que M. Z... fait grief à l’arrêt de s’être abstenu de viser ses conclusions d’appel en date du 8 juillet 1998, alors, selon le moyen, qu’aux termes de l’article 455, alinéa 1, du nouveau Code de procédure civile dans sa rédaction résultant du décret n° 98-1231 du 28 décembre 1998, le jugement doit exposer succinctement les prétentions respectives des parties et leurs moyens, cet exposé pouvant revêtir la forme d’un visa des conclusions des parties avec l’indication de leur date ; qu’en s’abstenant de viser les conclusions d’appel de M. Z... et d’indiquer leur date, la cour d’appel a violé le texte susvisé ;

Mais attendu que la cour d’appel, si elle n’a pas usé, en ce qui concerne M. Z..., de la faculté qui lui était offerte par ce texte de viser ses conclusions déposées au dossier de la procédure le 8 juillet 1998, a, en statuant sur chacune des questions en litige, exposé les moyens invoqués par ce dernier en y répondant».

[8] Vincent e Guinchard, op. cit., p. 756.

[9] «L’exposé des moyens présentés par les parties doit permettre de délimiter l’objet du litige (ce qui est demandé/contesté) et sa cause (le fondement juridique de l’action engagée)»  (Ancel, op. cit., p. 95 s.).

[10] Ancel, op. loc. ultt. citt.

[11] Ancel, op. loc. ultt. citt.

[12] Ancel, op. cit., p. 97.

[13] Ancel, op. loc. ultt. citt.

[14] Ancel, op. loc. ultt. citt.

[15] Ancel, op. loc. ultt. citt.

[16] Ancel, op. loc. ultt. citt.

[17] Per i cultori dell’informatica giuridica potrà essere interessante segnalare il percorso che ha portato al reperimento della sentenza in esame. Il caso in oggetto è segnalato da Ancel, op. cit., p. 98, che riporta la data (16 aprile 1996) della decisione (senza menzionare il luogo d’edizione) e ne riassume il contenuto. Poiché la pronunzia non risulta reperibile al sito della Cour de Cassation (http://www.courdecassation.fr/), occorre accedere al sito Légifrance, all’indirizzo seguente:

http://www.legifrance.gouv.fr

e cliccare, successivamente, su:

·          La jurisprudence nationale,

·          Des juridictions judiciaires,

·          Recherche experte sur cette rubrique.

Si perviene così alla pagina seguente:           

http://www.legifrance.gouv.fr/initRechExpJuriJudi.do

Nel relativo formulaire andrà digitato, nella casella della data, «16 Avril 1996», nonché, nella casella di testo, l’espressione «bateau».

[18] Sul tema cfr. anche Cass., 26 gennaio 1971, n. 190; Cass., 15 gennaio 1973, n. 126; Cass., 9 dicembre 1974, n. 4128; Cass., 10 aprile 1975, n. 1326; Cass., 12 aprile 1977, n. 1367; Cass., 30 ottobre 1981, n. 5743.

[19] Ancel, op. cit., p. 97.

[20] Cfr. Jobard-Bachellier e Bachellier, La technique de cassation. Pourvois et arrêts en matière civile, Paris, 2003, p. 156.

[21] Ancel, op. loc. ultt. citt.

[22] Ancel, op. loc. ultt. citt. Per un accenno alla questione in diritto tedesco e italiano cfr. infra, § 29.

[23] Ancel, op. loc. ultt. citt.

[24] Vincent e Guinchard, op. cit., p. 756: «Ce n’est pas assez qu’il y ait des motifs dans le jugement ; il faut encore que ces motifs soient suffisants, c’est‑à‑dire qu’ils répondent sinon à tous les arguments fournis par les parties dans les conclusions, du moins à tous les chefs de demande».

[25] Ancel, op. loc. ultt. citt.

[26] Ancel, op. loc. ultt. citt.

[27] Ancel, op. loc. ultt. citt.

[28] Ancel, op. loc. ultt. citt.

[29] Cfr. Jobard-Bachellier e Bachellier, op. cit., p. 161 s.

[30] Ancel, op. loc. ultt. citt.

[31] Ancel, op. loc. ultt. citt.

[32] Sul punto cfr. Dupin, De la jurisprudence des arrêts, à l’usage de ceux qui les font, et de ceux qui les citent, in Dupin, Opuscules de jurisprudence, Paris, 1851, p. 503 ss.

[33] Si trattava di una sorta di «pareri pro veritate» resi dai giudici di primo grado (nella specie il Lieutenant Civil della città di Parigi) che, pur senza possedere il valore dei famosi arrêts de règlements (emessi dai Parlamenti), fissavano in modo permanente la giurisprudenza su di un determinato argomento.

[34] Denisart, Actes de notoriété donnés au Châtelet de Paris sur la jurisprudence et les usages qui s’y observent, Paris, 1769.

[35] Si veda, puro titolo d’esempio, le opere seguenti: Papon, Sixième édition du recueil d’arrests notables des cours souveraines de France, Lyon, 1586; Guy Pape, Decisiones Guidonis Papae, iurisconsulti clarissimi, Lugduni, 1593; Charondas Le Caron, Responses et décisions du droict françois, Paris, 1612; Cambolas, Decisions notables sur diverses questions du droit, jugées par plusieurs arrests de la Cour de Parlement de Tolose, Tolose, 1659; Brodeau, Recueil d’aucuns notables arrests donnez en la cour de parlement de Paris, pris des mémoires de Mons. Maistre Georges Loüet conseiller du Roy en icelle, II, Anvers, 1666; Jovet, La bibliothéque des arrests de tous les parlemens de France, Paris, 1669; Bardet, Recueil d’arrests du parlement de Paris, Paris, 1690; Despeisses, Oeuvres, Lyon, 1696; Brillon, Dictionnaire des arrests, ou jurisprudence universelle des parlemens de France, et autres tribunaux, Paris, 1711; Blondeau e Guéret, Journal du Palais, ou Recueil des Principales Décisions de tous les Parlemens et Cours Souveraines de France, Paris, 1737; Augeard, Arrests notables des différens tribunaux du royaume, Paris, 1756; Catellan, Observations sur les arrêts remarquables du Parlement de Toulouse, Toulouse, 1758; Dénisart, Collection de décisions nouvelles et de notions relatives à la jurisprudence actuelle, Paris, 1764; Russeaud de la Combe, Recueil de jurisprudence civile du pays de droit écrit et coutumier, par ordre aphabétique, Paris, 1769 ; Henrys, Œuvres de M. Claude Henrys, Paris, 1772. Per ulteriori indicazioni cfr. Dupin, op. loc. ultt. citt.

[36] Blondeau e Guéret, op. cit., I, p. 148.

[37] Masuer, La practique de Masuer ancien iurisconsulte et practicien de France, mise en françois par Antoine Fontanon, Paris, 1581.

[38] Le Maistre, Les Plaidoyez et Harangues de Monsieur Le Maistre, Paris, 1659; l’opera ottenne tale successo da essere tradotta in Italiano, sotto il titolo Li placiti e gli aringhi di M. Antonio Le Maistre (…) trasportati nella favella italiana, Venezia, 1703.

[39] Cochin, Œuvres de feu Mr. Cochin, écuyer, avocat au Parlement, contenant le recueil de ses mémoires et consultations, Paris, 1762 (in sei volumi).

[40] D’Aguesseau, Œuvres de M. le Chancelier D’Aguesseau, Paris, 1759-1789, in 13 volumi.

[41] Gorla, Lo stile delle sentenze. Testi commentati, in Quaderni de «Il Foro italiano», 1968, c. 376.

[42] Menochius, op. cit., f. 1.

[43] Cravetta, Tractatus de antiquitate temporis, Venetiis, 1576, f. 110.

[44] Bartolo da Sassoferrato, Commentaria, VII, In Primam Codicis Partem, Venetiis, 1602, f. 26.

[45] «Il re vuole (...) che il linguaggio del magistrato sia il linguaggio delle leggi, che egli parli allorché esse parlano e si taccia allorché esse non parlano o almeno non parlano chiaro». Questo auspicio, espresso oltre due secoli fa da Gaetano Filangieri (Filangieri, Riflessioni politiche sull’ultima legge del nostro sovrano che riguarda l’amministrazione della giustizia, in La scienza della legislazione e gli opuscoli scelti, Livorno, 1826-1827, p. 350; Gaetano Filangieri, nato nel 1752, morì nel 1788; La scienza della legislazione fu pubblicata tra il 1780 e il 1785), non è che il riflesso dell’illusione – propria al secolo dei Lumi – secondo cui un sistema complesso, quale quello delle moderne legislazioni, potrebbe e dovrebbe esprimersi attraverso leggi sempre chiare, semplici e comprensibili da parte di ogni cittadino. Tra i tanti esempi v. Beccaria, Dei delitti e delle pene, IV, Interpretazione Delle Leggi (in Beccaria, Dei delitti e delle pene, a cura di Piero Calamandrei, Firenze, 1945, p. 174 ss.; l’opera venne pubblicata per la prima volta nel 1764): «In ogni delitto si deve fare dal giudice un sillogismo perfetto; la [premessa] maggiore dev’essere la legge generale; la minore, l’azione conforme, o no, alla legge; la conseguenza, la libertà o la pena. Quando il giudice sia costretto, o voglia fare anche soli due sillogismi, si apre la porta all’incertezza. Non v’è cosa più pericolosa di quell’assioma comune, che bisogna consultare lo spirito della legge. Questo è un argine rotto al torrente delle opinioni. Questa verità, che sembra un paradosso alle menti volgari, più percosse da un picciol disordine presente, che dalle funeste ma rimote conseguenze che nascono da un falso principio radicato in una nazione, mi sembra dimostrata. (…) Un disordine che nasce dalla rigorosa osservanza della lettera di una legge penale, non è da mettersi in confronto co’ disordini che nascono dalla interpretazione. Un tale momentaneo inconveniente spinge a fare la facile e necessaria correzione alle parole della legge, che sono la cagione dell’incertezza; ma impedisce la fatale licenza di ragionare, da cui nascono le arbitrarie e venali controversie. Quando un codice fisso di leggi, che si debbono osservare alla lettera, non lascia al giudice altra incombenza, che di esaminare le azioni de’ cittadini, e giudicarle conformi o difformi alla legge scritta; quando la norma del giusto o dell’ingiusto, che deve diriger le azioni sì del cittadino ignorante, come del cittadino filosofo, non è un affare di controversia, ma di fatto: allora i sudditi non sono soggetti alle piccole tirannie di molti, tanto più crudeli, quanto è minore la distanza fra chi soffre e chi fa soffrire (…). Così acquistano i cittadini quella sicurezza di loro stessi, che è la giusta, perché è lo scopo per cui gli uomini stanno in società» (sul tema qui in discussione v. inoltre G. Zagrebelsky, Ordinamenti giuridici pluralistici ed applicazione automatica della legge, in Informatica e attività giuridica, Atti del 5° Congresso Internazionale, a cura di Fanelli e Giannantonio, Roma, 3-7 maggio 1993, I, Roma, 1994, p. 273 ss.; Id., Il diritto mite, Torino, 1992, p. 20 ss.; sull’argomento della discrezionalità del giudice e dei suoi rapporti con le fonti normative cfr., ex multis, Barak, Judicial Discretion, ed. italiana dal titolo La discrezionalità del giudice, Milano, 1995, passim).

[46] Talora praticato già sotto l’Ancien Régime (allorquando i Parlamenti invitavano le parti a rivolgersi al re per avere un’interpretazione della legge), introdotto come istituto generale dalla legge del 16-24 agosto 1790, il référé législatif consentiva ai giudici di rivolgersi «au corps législatif, toutes les fois qu’ils croiront nécessaire d’interpréter une loi». L’istituto venne quasi del tutto eliminato dal Code Napoléon e scomparve definitivamente nel 1837 (sul tema cfr. Merlin, Répertoire universel et raisonné de jurisprudence, XI, Paris, 1815, p. 104 s.).

[47] «Le juge qui refusera de juger, sous prétexte du silence, de l’obscurité ou de l’insuffisance de la loi, pourra être poursuivi comme coupable de déni de justice» (art. 4); sul tema si veda il parere espresso da Portalis durante la seduta del Consiglio di Stato del 14 Termidoro anno IX sul Titolo preliminare del codice civile: «... le cours de la justice serait interrompu, s’il n’était permis aux juges de prononcer que lorsque la loi a parlé. Peu de causes sont susceptibles d’être décidées d’après une loi, d’après un texte précis : c’est par les principes généraux, par la doctrine, par la science du droit, qu’on a toujours prononcé sur la plupart des contestations. Le Code civil ne dispense pas de ces connaissances ; au contraire il les suppose» (cfr. Jouanneau e Solon, Discussions du Code civil dans le Conseil d’Etat, I, Paris, 1805).

[48] Per un esempio al riguardo v. la sentenza del Parlamento di Aix-en-Provence datata 19 febbraio 1685, che non solo decretò la nullità di una separazione consensuale ricevuta da notaio, ma che fece divieto a tutti i notai di ricevere per il futuro tale genere di atti (cfr. Oberto, Gli accordi sulle conseguenze patrimoniali della crisi coniugale e dello scioglimento del matrimonio nella prospettiva storica, nota a Cass., 20 marzo 1998, n. 2955, in Foro it., 1999, I, c. 1316 ss.).

[49] «Il n’y a point (…) de liberté si la puissance de juger n’est pas séparée de la puissance législative et de l’exécutrice. Si elle était jointe à la puissance législative, le pouvoir sur la vie et la liberté des citoyens serait arbitraire ; car le juge serait législateur. Si elle était jointe à la puissance exécutrice, le juge pourrait avoir la force d’un oppresseur. Tout serait perdu si le même homme, ou le même corps des principaux, ou des nobles, ou du peuple exerçait ces trois pouvoirs : celui de faire les lois, celui d’exécuter les résolutions publiques et celui de juger les crimes ou les différends des particuliers» (Montesquieu, De l’esprit des lois, Genève, 1748, Livre XI, Chapitre VI).

[50] Cfr. l’art. 15, tit. V, della legge 16-24 agosto 1790, nonché l’art. 94 della costituzione del 1793, l’art. 22, tit. III della costituzione del 1793 e l’art. 208 della costituzione del 1795 (secondo quest’ultima norma «les jugements sont motivés et on y énonce les termes de la loi appliquée»). Sul punto v. Taruffo, L’obbligo della motivazione della sentenza civile tra diritto comune e illuminismo, cit., p. 270 ss. che propende per la tesi secondo cui l’obbligo di motivazione sarebbe un portato non tanto della dottrina dell’illuminismo, quanto piuttosto della sola Rivoluzione, ossia di  «una particolare situazione storica in cui emerge a livello politico il principio per cui il controllo democratico sulla gestione del potere deve essere esercitato anche in ordine alla funzione giurisdizionale».

[51] Touffait e Tunc, Pour une motivation plus explicite des décisions de justice, notamment celles de la Cour de cassation, in Rev. trim. dr. civ., 1974, p. 487; Perelman e Foriers, La motivation des décisions de justice, Travaux du Centre national de recherche de logique, Bruxelles, 1978; Welamson, La motivation des décisions des cours judiciaires suprêmes, in Rev. int. dr. comp., 1979, p. 509; Legros, Essai sur la motivation, Dijon, 1987; Estoup, Une réforme souhaitable, l’assouplissement de certaines des règles relatives à la motivation, in Gaz. Pal, 9 août 1990, Doctr.; Mouly, La motivation des arrêts d’appel, atti del colloque di Aix, 11 e 12 dicembre 1993, Aix, 1994, p. 87 ss.; Vincent e Guinchard, op. cit., p. 755.

[52] Gorla, Lo stile delle sentenze. Testi commentati, in Quaderni de «Il Foro italiano», 1968, c. 454 ss.

[53] David, Le droit français, Parigi, 1960, p. 163, nota 1.

[54] Gorla, Lo stile delle sentenze. Testi commentati, cit., c. 454 ss.

[55] Mimin, Le Style des jugements : vocabulaire, construction, dialectique, formes juridiques, Paris, 1962, riportato da Gorla, Lo stile delle sentenze. Testi commentati, cit., c. 486.

[56] Mimin, op. cit., riportato da Gorla, Lo stile delle sentenze. Testi commentati, cit., c. 487.

[57] Mimin, op. cit., riportato da Gorla, Lo stile delle sentenze. Testi commentati, cit., c. 487.

[58] Mimin, op. cit., riportato da Gorla, Lo stile delle sentenze. Testi commentati, cit., c. 489.

[59] Mimin, op. cit., riportato da Gorla, Lo stile delle sentenze. Testi commentati, cit., c. 488.

[60] Mimin, op. cit., riportato da Gorla, Lo stile delle sentenze. Testi commentati, cit., c. 488.

[61] Gorla, Lo stile delle sentenze. Testi commentati, cit., c. 488.

[62] Cfr. Jobard-Bachellier e Bachellier, op. cit., p. 24 ss.

[63] Cfr. Touffait e Mallet, La mort des Attendus?, in Rec. Dalloz Sirey, 1968, p. 123 ss. e in Foro it., 1968, V, c. 102 ss.

 

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